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Progetto Pantaleo --> Laboratorio di stampa ed editoriaRELAZIONE |
Docente: prof. Antonino Bencivinni
Alunni: Santa Pernice, Cristina Maggio, Serena Concadoro, Maria Di Giovanna, Francesca Ferrante, Marisangelo Gallo, Agnese Mandraffino, Laura Miceli, Ilenia Triolo, Alessandro Vicari, Francesca Cacioppo, Maria Calandrino, Margherita Ingrasciotta, Gianluca Nuccio, Carla Prinzivalli, Elide Sinacori, Alice Stallone, Serena Termini, Valeria Urso, Simona Venezia,
In quest’anno scolastico 2005/2006 il Liceo Classico di Castelvetrano, com’è noto, ha dedicato un ciclo di conferenze al “Cappellano dei Mille”, Fra’ Giovanni Pantaleo, che ha dato il nome all’Istituto. Le conferenze hanno portato noi studenti non soltanto ad un’attenta riflessione sulle vicende del Frate castelvetranese, ma anche a quelle del nostro territorio in periodo risorgimentale. Inoltre ci hanno fatto comprendere che il fascino garibaldino sugli uomini di Chiesa non è stato un evento isolato, ma spesso nella storia risorgimentale si sono verificati casi simili a quello di Fra’ Pantaleo.
Lo studio sul Frate non si è svolto soltanto tramite la partecipazione alle conferenze, ma anche grazie all’attivazione di alcuni laboratori che avevano il fine di approfondire e integrare ciò che era stato trattato nelle conferenze. In particolare, il laboratorio di “Editoria e Stampa” che si è attivato il 15 novembre 2005, coordinato dal prof. Antonino Bencivinni e a cui hanno partecipato gli studenti delle I, II, III classi liceali, si è articolato in tre fasi: ricerca presso la biblioteca di Castelvetrano di documenti dell’epoca riguardanti Fra’ Giovanni Pantaleo e Castelvetrano in periodo risorgimentale, visite guidate presso i musei del Risorgimento di Roma, Palermo, Salemi, Marsala e presso alcuni dei luoghi che furono teatro della Spedizione dei Mille come Marsala, Calatafimi, Salemi, Palermo, e infine inserimento delle informazioni raccolte sul sito d’istituto.
In questo periodo di ricerca noi studenti abbiamo analizzato svariato materiale (libri, giornali dell’epoca) che alla fine abbiamo catalogato in una bibliografia, consultabile nel sito d’istituto, contenente le vicende del Frate (discorsi, azioni, modo di essere e di porsi al prossimo), stralci di lettere (anche dello stesso Garibaldi indirizzate a Pantaleo), notizie su Castelvetrano e i Castelvetranesi in epoca risorgimentale e infine notizie riguardanti anche il nostro istituto, quando fu dedicato al “Cappellano dei Mille”.
Molti “particolari”, dei quali siamo venuti a conoscenza, ci hanno coinvolto pure emotivamente inducendoci anche a prestare più attenzione all’attività svolta che strada facendo ci è andata sempre più sembrando non un semplice laboratorio di storia, ma un’attività particolarmente coinvolgente.
La stesura della bibliografia, che ha concluso il lavoro di ricerca, ha avuto come scopo fondamentale quello di rendere più semplice e rapida la consultazione dei documenti, sia da parte nostra che da parte di altri, in modo tale facilitare una possibile ricostruzione dell’itinerario storico-spirituale del Frate Castelvetranese. Con ciò sicuramente non si vuole affermare che la ricerca eseguita da noi studenti ha avuto carattere eminentemente “scientifico”, bensì fondamentalmente didattico, senza alcun fine, dunque, di esaustività, in quanto obiettivo principale del laboratorio è stato essenzialmente quello di “addestrare” noi studenti riguardo ad un lavoro di ricerca presso una biblioteca, cosa che nell’epoca telematica non è più una buona abitudine, come accadeva nel passato, ma costituisce il più delle volte una “novità”.
Biblioteca Camera dei Deputati Roma
TITOLO: Fra Giovanni Pantaleo – ricordi e note
AUTORE: B. E. Manieri
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1883 presso la tipografia economica di Roma
p. 174:
LETTERA DI FRA GIOVANNI PANTALEO AL SUPERIORE DEI BARNABITI P. MAGRI
Bologna, dalla Sagrestia dei Barnabiti,
il 5 febbraio 1862.
Quando fu fucilato quel carissimo uomo, quel sacerdote del Vangelo, quel vostro correligioso, decoro immortale dell’ordine Barnabita; quando per lo strumento dell’Austria fu dei ministri della Chiesa di Roma fucilato l’amatissimo P. Ugo Bassi – Voi eravate il superiore di questo convento. Oggi, pure superiore, ed io povero frate, che mi sforzo di seguir le orme di quel Grande, di quell’Apostolo della vera Religione del Cristo, venuto per celebrare la messa per quella Santa Anima, - e per soddisfare al desiderio di celebrarla a quello stesso altare, dove per la liberazione per la Patria, della religione celebravala il Bassi; - Voi non me ne date il permesso. Mi conformo alla volontà di Dio. Se non la ho materialmente celebrata, celebratala ho nell’anima e nel cuore! Ascoltate però, caro Padre e Fratello: verrà un giorno (lo dico a voi, come lo dissi la vigilia della Purificazione di Maria a Monsignor Canzi), verrà un giorno, e non sarà lungi tanto, che i voti del P. Bassi e del popolo cristiano saranno compiuti, e la verità allora trionferà sull’errore, la virtù sul vizio, la libertà sulla schiavitù, l’amore sull’odio: - trionferà allora la Chiesa di Gesù Cristo su quella dei Papi.
Conoscerete anche Voi, o P. Magri, i vostri errori.
Queste cose vi ho detto per amore della verità.
Vi auguro lume in Cristo e salute.
Vostro fratello
Fra Pantaleo.
p. 185:
LETTERA DI GIOVANNI PANTALEO A G. GARIBALDI
Pisa, li 29 Settembre 1864.
Generale!
Le parole che voi avete dirette all’Associazione di Mutuo Soccorso e d’Istruzione delle Artigiane di Genova, sono vere e giuste.
Il prete buono, se pure ve ne ha, fa tollerare i cattivi, epperò egli è peggiore degli altri.
Quello che si dice del prete, conviene perfettamente anche al frate, non ostante che il frate sia meno cattivo del prete.
Però, mi pare che Voi abbiate dimenticato che l’assisa del frate della Gancia fu quella che fece risuonare lo squillo dei nuovi Vespri Italiani, e come oggi il prete, o il frate, precede Crocco e Chiavone, al 49, al 60 e al 62 precedeva GIUSEPPE GARIBALDI.
Che se finora ho vestito l’assisa - , sebbene maritata alla vostra Camicia Rossa – simbolo italiano di LIBERTA’ e di MARTIRIO, - Voi lo sapete, Generale, fu soltanto per meglio giovare alla Patria ed al Progresso.
Quando giurammo a Marsala “ROMA o MORTE”, Vi rammentate che con meco molti avevano giurato di farne un auto da fè sul Campidoglio; e quando in Catania (22 Agosto) mi autorizzaste a poter formare un corpo di Sacerdoti Italiani, si convenne con quelli che aderirono, fra i quali mi piace citarvi prete Giuseppe Lo Vasco di Partinico e Fra Giuseppe del Parco, ambedue della Gancia, di protestare solennemente contro il Papismo – NEGAZIONE DI DIO E DELL’UMANITA’ – e predicare ai Romani insieme al “Civis Romanus sum” continuasse a risuonare, ed anche adesso risuoni in tutti i liberi petti Italiani, perché suggellato col vostro sangue; e poiché il Governo, che si ostina a chiamarsi Italiano, colla sua stupenda Convenzione anzi che avvicinami, mi allontana da Roma; io non VOGLIO più continuare a vestire la nemica assisa, e invece che a Roma, ne faccio un auto da fè a Torino, e la consegno all’ex-Ministro Minghetti, perché ne faccia un presente a Pio IX nella occasione che andrà a chiedergli asilo; essendo che Roma sia diventata il Refugium peccatorum di tutti quelli che han voluto come lui bene all’Italia – sicuro che allo angelico Pio da mani più degne non gli potrebbe venire presentata. Abbracciandovi al cuore con mamma e sorella, sono per la vita er per la morte
Vostro con filiale affetto
G. PANTALEO
Biblioteca Civica di Alcamo
AUTORE: Carlo Agrati
TITOLO: I Mille nella storia e nella leggenda
SEGNATURA: 945 - 08
Nel libro “I Mille nella storia e nella leggenda” di Carlo Agrati, conservato nella biblioteca Civica di Alcamo, sono citate alcune imprese militari del frate Pantaleo, e la sua collaborazione con Garibaldi. E anche citata una lettera del 5 ottobre 1866 diretta a quest’ultimo:
“Quando io venni ad incontrarvi a Rampingallo io dettavo lezioni di filosofia in Salemi: due anni avanti avevo dettato lezioni di retorica in Naro. Nel ’57 fui mandato via da Naro perché si denunziò ch’io sobillavo gli animi degli studenti con idee non sane. E se non venivate voi coi vostri mille angeli, io in Salemi non solo sarei stato acchiappato per aver continuato a sobillare nella gioventù quelle idee, ma bensì per averne colto il frutto nell’aver rivoluzionato tutta la studentesca salemitana”.
Biblioteca comunale di Castelvetrano
TITOLO: Nuova Rivista storica
Anno XLVI maggio-agosto 1962 Fascicolo II
PERIODO DI PUBBLICAZIONE: Maggio-Agosto 1962
Nella Nuova rivista storica del maggio-agosto 1962 (fascicolo II), pubblicato dalla società editrice Danta Alighieri, si può trovare l’importante discorso di Fra’ Pantaleo del 13 settembre 1860 a Napoli, rivolto, appunto, al clero napoletano. Lo scopo e il fine ultimo del suo discorso era quello di enunciare e fare espandere un preciso programma di politica religiosa da attuare e di una riforma di “struttura” da operare; citiamo uno dei punti più salienti del discorso di Pantaleo: “…Si! Ognuno di voi dunque si armi e se con la destra dovrà imbrandire il Crocefisso avrà il Revolver alla sinistra, la spada ai fianchi e così la nostra legione sarà formidabile e da un capo all’altro della penisola dolcemente si avanzerà…”
Biblioteca comunale di Castelvetrano
TITOLO: Paesi di Sicilia – Castelvetrano
SEGNATURA: 79 – XI – 30
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1962
CITAZIONI: da pag. 42 a pag. 47
Il libro Paesi di Sicilia di Castelvetrano contiene un’accurata descrizione della collaborazione del Frate con Garibaldi nella vita, ma soprattutto nelle imprese militari di quel tempo. Dalla lettura di questo libro si può cogliere pienamente il senso patriottico del frate che decide di allontanarsi dal clero per partecipare pienamente alle imprese militari garibaldine. Segue una citazione che chiarisce questo concetto: “Questo personaggio, che le vicende del Risorgimento Italiano allontanarono dalla Chiesa, costituisce la più notevole testimonianza dell’aiuto dato all’impresa garibaldina dal clero minuto, partecipe dei bisogni e delle angustie delle popolazioni siciliane…Questo fraticello di Castelvetrano, per il suo entusiasmo patriottico, per la sua vicenda di religioso e di uomo, per la miseria spirituale ed economica in cui morì, scrisse una delle pagine più interessanti della partecipazione del clero al movimento insurrezionale”.
Biblioteca comunale di Castelvetrano
TITOLO: Calatafimi artefice del risorgimento italiano
AUTORE: Michelangelo Bruccoleri
SEGNATURA: 111 – VII – 16
pag. 49-50
In questo libro si parla del frate Giovanni Pantaleo che morì all’età di 48 anni a Roma per aver lottato con la speranza di una Italia unita. Ne parlano Garibaldi, che lo ricorda come un frate coraggioso e predicatore della religione di Gesù Cristo; il prof. La Colla, che cita la sue umili origini e il modo in cui si sia interessato degli ideali dei patrioti. Alla fine riporta un breve scritto del sacerdote, inviato da Zurigo al suo padre generale: Era il 13 maggio…abbandonai la morta vita del chiostro… Nulla dissi del mio divisamento al Guardiano, né al p. Giuseppe d’Acquaviva (era stato il suo maestro)… tranne ai miei quattro studenti, a cui dissi: E’ per l’anima sterile il campo del pensiero, vado al campo dell’azione”.
Biblioteca Comunale di Castelvetrano
TITOLO: Rivoluzione e Tirannide (Volume III)
AUTORE: Eugenio Floritta
SEGNATURA: 4-III-31
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1863 (Stamperia di Giuseppe Melodia, Palermo)
Garibaldi tramite delle lettere, fa sapere ai suoi alleati l’esito delle sue azioni militari in Sicilia del 1860. In questo volume è citato un frate francescano castelvetranese, chiamato Fra’ Giovanni Pantaleo, che durante l’impresa dei Mille si è unito alle truppe di Garibaldi. Questa citazione si trova a pagina 65-66:
“Nel mentre Garibaldi ritrovatasi in Salemi si presentava a lui un giovine frate, che indossava l’abito dei riformati di S. Francesco, il quale vedutolo appena esclamava: «Dio mio! Ti ringrazio di avermi fatto vivere in un tempo in cui è nato il Messia della libertà. Io giuro di combattere e morire per voi, generale, e per l’Italia». – Al che avendogli chiesto Garibaldi se volea seguirlo, il frate rispose: «Questo è il mio solo desiderio». «Dunque venite – soggiunse l’eroe – voi sarete il nostro Ugo Bassi» - Alle quali parole il frate commosso rispose: «Vi ringrazio generale: cercherò di seguire l’esempio di lui». Egli era Fra Giovanni Pantaleo, il quale da quel giorno non ha mai più abbandonato Garibaldi”.
Biblioteca Comunale di Castelvetrano
TITOLO: Fatterelli di cronaca su Fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano
AUTORE: Giovanni Asaro
SEGNATURA: 102-IX-9
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1963
Nel libro “Fatterelli di cronaca su Fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano”, pubblicato nel 1963, di Giovanni Asaro, custodito dalla biblioteca di Castelvetrano, viene accuratamente descritto il primo incontro del frate Pantaleo con Garibaldi, la vita del frate, i suoi impegni bellici, etc. Inoltre si possono anche trovare alcune precisazioni storiche rese dallo stesso autore ed alcuni riferimenti bibliografici. Citiamo una parte della descrizione dell’incontro tra Garibaldi e il frate: “Presero in mezzo il povero Pantaleo, lo graffiarono, e lo avrebbero buttato dalla finestra, se non fosse intervenuto Garibaldi in persona.
Biblioteca Comunale di Castelvetrano
TITOLO: Storia dei Mille (narrata ai giovinetti)
SEGNATURA: 31 -V - 24
A pagina 108, ci viene presentata la figura di frate Pantaleo:
“E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco, raggiante di quell’allegrezza che ognuno ricordava d’aver letto in viso ai sacerdoti del ’48…Quel monaco si chiamava fra Pantaleo era un bello e robusto giovane di forse trent’anni, che parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell’anima e nella lingua. Piacque ma non a tutti. Tra quella gente dell’alta Italia, v’erano i differenti e gli avversi per sistema agli uomini di chiesa; ma poiché Garibaldi accolse bene il monaco e lo chiamò l’Ugo Bassi delle sue nuove legioni, anche quelli rispettarono il frate e lo lasciarono predicare. Intanto riconoscevano che la parola di lui immaginosa e ardente era una forza in più”.
Pagina 138:
“Garibaldi si era lasciato indurre da fra Pantaleo a ricevervi la benedizione in chiesa. Egli schiettamente, semplicemente, in mezzo al popolo, si sottomise alla croce che il frate gli impose sulla spalla, proclamandolo guerriero mandato da Dio. La scena fu un po’ strana, ma il Generale stette con tanta sincerità di spirito che neppure i più filosofanti della spedizione trovarono nulla da ridire.
Biblioteca Comunale di Castelvetrano
TITOLO: La solenne commemorazione di Fra Giovanni Pantaleo e L’inaugurazione della nuova bandiera nel R. ginnasio di Castelvetrano il 6 Giugno 1909
Segnatura: 31-III -30
Da pagina: 3a 5:
“Signori Consiglieri la direzione del R. Ginnasio, con lettera del 27 Febbraio decorso, ha espresso un voto del Collegio dei professori, emesso in seduta straordinaria del 2 Febbraio suddetto, col quale si propone di dare al Ginnasio un nome di personaggio illustre e proponeva uno dei tre nomi:
Fra’ Giovanni Pantaleo
Mario Rapisardi
Giosué Carducci
L’Amministrazione Comunale accetta di buon grado la proposta e, senza negare ad ognuno di tali personaggi i meriti sommi che la storia contemporanea in loro ammira riverente, viene a proporre che sia il R. Ginnasio di Castelvetrano battezzato col nome di Fra’ Giovanni Pantaleo…”, quel frate castelvetranese, che, all’ombra dell’umile saio Francescano, insorgendo contro la tirannide dei tempi, brandì la spada e, a fianco dell’eroe di Caprera, combatté la guerra del nostro civile risorgimento”.
Da pagina 15 a 16:
“Nel mese di Ottobre 1907, il direttore del Ginnasio rivolse preghiera all’On. Principe Pietro di Scalea deputato al Parlamento di volere concedere alla nostra scuola l’onore di tenere il discorso per la solenne commemorazione di Fra’ Giovanni Pantaleo.”
“Dopo le dichiarazioni del signore Barone Sciacca, l’iniziativa della solenne commemorazione di Fra’ Giovanni Pantaleo cessava d’essere della scuola e diventava della città”.
“Fu anche desiderio del medesimo signor Sindaco che alla commemorazione di Pantaleo si aggiungesse l’inaugurazione della nuova bandiera del Ginnasio”.
“Venne accettata la offerta fatta dal giovane scultore castelvetranese Ciro Monteleone di un busto in gesso molto somigliante al frate garibaldino, per quello che attestavano i concittadini che l’avevano conosciuto”.
Pagina 18:
“Disposte le cose in tal modo, si andò, coi preparativi, lietamente incontro alla giornata del 6 Giugno, che sarebbe stata accolta da tutta la città con sentimento di giubilo, pel trionfo dei principî dei quali Giovanni Pantaleo fu l’apostolo.”
Pagina 29:
“Il giorno 6 Giugno, festa nazionale, verrà, nel tempio di San Domenico, solennemente commemorato il nostro concittadino Fra Giovanni Pantaleo, al cui nome la nostra città ha intitolato il Regio Ginnasio.
Fra Giovanni Pantaleo fu quell’uomo che nell’anno 1860, glorioso nei fasti della patria, superato ogni ostacolo, volò incontro al duce dei Mille Giuseppe Garibaldi disceso in Marsala, e, con la croce nelle mani, la libera parola cristiana sulle labbra, spinse alle battaglie del valore latino la fervida gioventù rivendicatrice della libertà siciliana”.
Pagina 34:
“Il corteo percorse le principali vie della città e fermassi innanzi alla casa dei Signori Pantaleo, sul cui frontone il Municipio ebbe murato già da alcuni anni la seguente epigrafe:
LA STORIA
Dell’italiano Risorgimento
Riverente segnerà questa casa
Ove l’anno 1831 nacque ignorato
Giovanni Pantaleo
Frate Francescano riformato
Da Calatafimi a Mentana
Stretto al duce dei Mille
Pugnò le guerre liberatrici
Dall’onta straniera.
Coronato di gloria.
Morì povero in Roma
L’anno 1879
Da pagina 36 a 38:
“Il popolo, il grande poeta delle leggende, narrò allora e per molti anni ripetè questo fatto: la mano di Fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano fu quella che diede il segnale della libertà, dall’alto del campanile del Convento della Gangia. Tale leggenda non segue la storica verità; in quei terribili giorni, frate Giovanni viveva lontano da Palermo; ma sotto il saio di francescano esultava il generoso suo cuore, all’annunzio della rivolta dell’isola; il suo cuore ribelle. L’audace giovane era figlio del popolo; Castelvetrano aveva a lui dato i natali…A guisa di torrenti impetuosi passavano sulla coscienza dell’uomo divenuto frate i dogmi maturatisi al tramonto del libero pensiero dell’umanità; passò quella furia, ma non penetrò dentro al cuore: gli assiomi della scolastica non valsero a spegnere lo ardire dello spirito libero.
Egli, il frate, pensò; più bella a lui apparve l’immortale luce dell’umana idea e dalla cattedra e dal pulpito ardite sentenze proferì al cospetto degli attoniti discepoli.
Ed ecco che l’apostolo e il maestro viene strappato dagli ampi conventi di Palermo e, messogli nelle mani il bordone, lo condannano dalla luminosa città di Federico al vigilato carcere del convento degli Angioli di Salemi”.
Pagina 40:
“Il verbo si fa azione in lui; egli infrange la clausura e fugge”.
Da pagina 42 a 50:
“Pantaleo, varcata la soglia del Convento, vola incontro a lui che viene: egli alfine lo scopre, gli si presenta e fissando con quei suoi occhi pieni di ammirazione, di fede, offre se stesso.
Il grande capitano non disdegna l’umile fraticello, e bene indovinando dalla sincerità di quella fronte il coraggio dello spirito, lo trae a sé, l’abbraccia, lo bacia e a lui dice: “Venite: voi sarete il nostro Ugo Bassi”.
Trasalisce Pantaleo. Il pensiero di quell’apostolo di libero evangelo aveva dominato, fin dai più teneri anni, tutta la sua vita (…) Pantaleo seguì giubilante il drappello dei Mille. Dopo alcune ore Garibaldi lo chiama a sé: «prendete, gli dice, questi fogli; essi recano il grido della riscossa; andate fra le case di Castelvetrano, caldeggiate le cause della nostra bandiera».
Era Castelvetrano in quei giorni un focolare della Libertà; uno dei più vivi…A mezzanotte Pantaleo picchia alla porta di sua casa paterna: due donne aprono attonite l’uscio: la madre, la sorella. Egli si slancia fra quelle braccia sicure e concitato così parla:
Mi manda Garibaldi!
Garibaldi!
Sì il liberatore della Sicilia, il mandato da Dio. Oh! Se vedeste quanto egli è bello! Assomiglia a Cristo (…) Alla prima luce del giorno, ecco apparire nelle vie Giovanni: lui precede una grande bandiera italiana escita dalle mani delle monache del Monastero: il frate ha nella destra il Crocifisso, gli splende sulla fronte un raggio di fede.
Egli salisce i gradini esterni della Chiesa principesca del Purgatorio; al popolo accorso in folla rivolge parole di fuoco.
Lo spettacolo di quel frate con la croce tricolore sul petto guadagna l’anima semplice della moltitudine; le nobili parole dei liberali rinfocolano quell’entusiasmo ed ecco la gioventù accorrere alle armi; ecco tutti nella Chiesa a giurare per la vita e per la morte fede a Giuseppe Garibaldi.
Giovanni, con la fronte alta, si mette a capo del drappello dei generosi (…) Pantaleo, con a fianco la spada, con il Cristo nelle mani, prende parte alla battaglia; cade ai suoi piedi un valoroso ed egli, ardendo d’improvvisa virtù, impugna l’arma del caduto e spara, combatte, respinge, uccide (...) Calatafimi è vinta. Avanti, ad Alcamo, grida il duce, avanti! (...) Ma Pantaleo inforcato un cavallo, corre precipitoso innanzi allo stuolo dei Mille: con quel suo abito monastico che guadagna il rispetto della folla, egli entra fra le mura di Alcamo e si caccia in mezzo alle turbe sospettose.
Che pensate, che mai pensate! Garibaldi un dannato, i suoi mille un’orda di infedeli?! No, no! Sono essi nostri fratelli. Sono venuti di lontano per noi, per la libertà, per la gloria di questa isola nostra. Hanno quei valorosi lasciato famiglie e case e sono venuti qui a morire per noi. E voi li respingerete con le armi; voi! Garibaldi nemico di Dio? E’ una bestemmia. Ma se egli rassomiglia al Nazareno, s’è fama che nelle sue vene scorre il sangue di Santa Rosolia Sinibaldi; s’egli viene a noi mandato dall’Emanuele d’Italia e, voi lo sapete, Emanuele è il nome di Dio! Ve lo dico io, fratelli: io figlio della vostra gente, io frate: vi hanno ingannato! (...) Il 13 ottobre 1863 così il generale scriveva da Caprera: «Pantaleo è la personificazione del progresso italiano morale e materiale. Egli fu dei primi che si gittò nelle file dei Mille in Sicilia e, con la croce nelle mani, sovente colpito da piombo borbonico predicava la fratellanza della famiglia italiana ed era esempio del come si affrontino le pugne per la redenzione della propria terra» (...) Ma Pantaleo era ritornato sul campo di Calatafimi: fra i morti e i feriti egli diffondeva tutto l’affetto della mite anima sua; raccoglieva pietosamente e raccomandava i caduti, dava premurosamente sepolcro agli uccisi (…) E in Palermo si pugna e in Palermo si vince (…) L’ingresso del dittatore della Sicilia in Napoli è un trionfo; (…) Pantaleo gli cavalca vicino: Garibaldi, il prodigioso autore delle vittorie, Pantaleo, il vincitore degli animi”.
“Ma Garibaldi dall’Eremo di Caprera a lui scriveva: «proseguite e pugnate; Dio vi benedica». Ed egli al benedicente duce: “ci voleva la spedizione dei Mille a rendermi la coscienza del me”.
Da pagina 52 a pagina 53:
“Dopo il 1870, egli ritornava in Roma. (…) In quel trionfo non mancava Pantaleo (…) Dopo quel giorno Giuseppe Garibaldi tornò in Caprera e Pantaleo si perdette fra le molteplici cure della diletta famiglia, in seno all’ampia città dei suoi sogni (…) Pantaleo chiuse gli occhi alla luce nella povera sua casa, in via Banchi Nuovi, in Roma, il giorno 2 del mese di Agosto dell’anno 1879. (…) In quel medesimo giorno la voce del Sindaco della Capitale d’Italia annunziava:
«Giovanni Pantaleo è morto. Questo nome ricorda i più belli ardimenti della rivoluzione italiana dalla Gangia al Volturno. Egli fu l’apostolo di unità e di fratellanza – compagno e amico di Garibaldi, cittadino integerrimo, carattere antico, di probità illibata, di inalterata fede. L’onore alla sua salma è debito sacro d’ogni italiano».
Pagina 58:
“Garibaldi in una sua lettera scritta da Caprera nell’agosto del 1866, così lo presentava agli italiani:
«Giovanni Pantaleo è la personificazione del progresso italiano».
Nell’assoluto indifferentismo della società, ignoto a tutti, il sei agosto 1831, da poveri ed onesti genitori, nacque in Castelvetrano Giovanni Pantaleo.
Fin dalla prima adolescenza amò gli studi; furono maestri al giovinotto i fratelli Pappalardo, sacerdoti degnissimi, in tempi di oscurantismo poi tanto e sì caldo amor di patria e di libertà infusero in lui, che dai quei due gagliardi n’ebbe informato il cuore a sensi magnanimi e liberali.”
“Giovanni seguitò gli studi; sostenne in Trapani l’esame di teologia, e poi quello di filosofia in Palermo, finché, laureatosi dottore, venne mandato in Salemi a leggere filosofia ai giovani novizi dell’ordine riformato, lieto così di spezzare il pane del sapere a tenere intelligenze, e più di poterle educare alla coltura della storia e delle patrie lettere”.
Da pagina 60 a 62:
“Pantaleo, vede da lungi l’Eroe circondato dalla leggenda delle vittorie, e, infiammato dell’entusiasmo di prestare il suo braccio alla causa della libertà, abbandona il convento, e colla rapidità del fulmine corre a Lui gridando: Generale, in nome di Dio e della patria redenzione, voglio seguirvi, sono ai vostri ordini!”.
“Garibaldi lo nomina cappellano generale dell’esercito dei volontari e il frate intraprende così la gloriosa carriera di apostolo e di soldato, da cui la spedizione garibaldina non tarda a ricevere soccorsi inestimabili”.
“Frattanto il Pantaleo, con la spada al cinto e con la croce innalzata, percorre le barricate per le vie della città, e, novello Ugo Bassi, proclama Garibaldi novello Messia, liberatore di popoli”.
“Ebbe termine la gloriosa epopea, e Giovanni Pantaleo, il valoroso soldato della libertà, l’apostolo del dovere, dopo breve volger di tempo, quando, ancora giovane, la patria lo destinava a proseguire nella via della civiltà, povero, ma circondato da una aureola di gloria, nell’agosto del 1879, fu rapito dalla Parca crudele”.
Da pagina 63 a 65
Sulla Lapide:
“Dinanzi a questa gloriosa lapide, ricordo imperituro d’un frate italiano, dinanzi ai gloriosi ricordi d’un eroe, apostolo del dovere e della civiltà, inchiniamoci riverenti, e tributiamo a lui degnamente un omaggio del nostro affetto e della nostra devozione. Deponiamo il fiore gentile della doverosa gratitudine a piè del giovane Frate, che sorretto e animato dallo spirito delle più alte idealità, dalla fede nei sublimi ideali di libertà, consacrò tutta la sua nobile esistenza al dovere, alla patria, alla umanità.
Cingiamo il suo aureo crine della meritata corona di lauro e di quercia, simbolo il primo della gloria, emblema il secondo dell’eternità”.
“Giovanni Pantaleo fu l’anima di quella regione sacra che stupì il mondo con le sue audacie, e seppe col suo invitto valore scrivere la pagina più gloriosa nella storia del risorgimento italiano.
La storia dei popoli e quella dell’umanità, in cui giganteggia la figura di Giovanni Pantaleo, oggi rievoca i fasti più belli e gloriosi, le lotte eroiche e gli eroici sacrifici della leggendaria rivoluzione italiana, dalla Gangia al Volturno, da Aspromonte a Digione”.
“Giovanni Pantaleo, il valoroso soldato della libertà, l’apostolo del dovere, fu esempio di carattere forte e generoso, tipo meraviglioso di fierezza, di valore, di eroismo, di patriottiche e civili virtù. Da esso debbono i giovani italiani apprendere come, nelle traversie della vita e nei difficili momenti, bisogna essere saldi nei principi, ardimentosi nella lotta. Il suo nome invitto, inciso su questo marmo, e gia consacrato alla immortalità della storia, ci ricorderà, sempre l’integrità del carattere, la costanza della fede, la virtù del sacrifizio”.
Da pagina 69 a 71:
“Giovanni Pantaleo esclusivo non fu, sarebbe ridicolo accusarlo di questo. Ma nessun semplice uomo riesce ad abbracciare il duplice programma con la medesima intensità, con lo stesso ardore. Chi si dà molto all’uno, con ciò stesso avanza meno di forza e di energia da consacrare all’altro. Giovanni Pantaleo fu uomo esteriore e sociale: lo fu per natura, e solo per la sua eroica decisione di scappare, la notte dal 12 al 13 maggio 1860, dal convento di Salemi. E fu per questa decisione, che non esito a chiamare coll’epiteto del Tasso, magnanima; fu per questa decisione, dico, che esso è diventato il Pantaleo che noi tutti conosciamo ed amiamo, che gl’Italiani non dimenticheremo mai più... l’Ugo Bassi della spedizione dei Mille, il seguace fervente dell’Eroe dei due monti.”
“E veggo ancora un popolo che si accalca dentro e fuori un tempio di Alcamo: genuflesso sui gradini della porta, sta il Generale, accanto c’è un Frate in cotta e in stola che arringa quell’immensa moltitudine. Le sue parole sono roventi:
“In Giuseppe Garibaldi, esclama, è il braccio di Dio, il quale combatte per la causa più santa, per la causa della libertà: sbarcò a Marsala, vinse a Calatafimi; trionferà a Palermo, entrerà a Napoli!”.
“E’ Giovanni Pantaleo che, deposta la spada e la rivoltella, rivolge a tutta la sua operosità di azione pubblica e di lotta ad evangelizzare il popolo italiano per redimere Roma dalla cattività dei papi! (…) E’ Giovanni Pantaleo che da leggendario ed eroico frate, mutato semplicemente nelle spoglie, continua ad essere eroico soldato. E ancora più tardi nuove prove di valore fa questo eroe a Monterotondo e a Mentana, ad Autun e a Digione. Son queste, o signori, le fronde più belle della corona che cinge il capo di Giovanni Pantaleo! (…)
“Un magro titolo di Cavaliere fu tutta la ricompensa che, non chiesta, ebbe a socialmente toccargli, e se essa onora Vittorio Emanuele II che gliela diede, non pare a noi adequi i meriti di lui, che la ricevette.”
“Giovanni Pantaleo fu uomo libero e indipendente: a lui, dopo aver combattuto su i campi di battaglia, per la patria, come a Dante esule da Firenze, parve bello il far parte da sé stesso; non fu con i retrivi che avrebbero voluto la salvezza dell’inerzia, non fu con i furibondi ai quali non pareva di muoversi se non precipitavano. Fu forte come uomo d’azione, fu forte come uomo di carattere!
L’iniziativa quindi di dedicare questo R.Ginnasio a lui non poteva esser migliore. Nuove generazioni di giovani saliranno ancora le scale di questo edificio, sacro allo studio. Dal nome del leggendario frate, loro concittadino, trarranno non solo un certo patrio orgoglio, ma anche l’incitamento al sacro amore della patria”.
Pagina da 85 a 86
“L’intitolare codesto Ginnasio col nome del frate Giovanni Pantaleo, che, quantunque vestisse la tonaca, non dimenticò di essere italiano, ed al saio monacale sostituì la camicia rossa, ed al cilicio il fucile, insegnando con l’esempio come amor di patria e fede non siano due termini inconciliabili, assume in questo momento il significato d’un monito alle coscienze meschinissime di quegli uomini meschinissimi, che, pur d’arrivare ed essere rappresentanti della Italia laica nel Parlamento italiano, non hanno sdegnato di patire, nelle recenti elezioni, il voto di quelli che il duce di Fra’ Giovanni Pantaleo, a buon diritto, designava come nemici irreducibili dell’Italia una.
Pagina 89
In Piazza Garibaldi […] lo scultore Ciro Monteleone scoprì, al passaggio del corteo, il suo busto. […] A lui, che da quella stessa piazza era, nel 1860, partito alla testa dei picciotti alla volta di Salemi, per prendere parte alla pugna gloriosa di Calatafimi.
Pagina 95
“Frate – scrive Garibaldi – egli fu dei primi che si gettò nelle file dei Mille e in Sicilia, e, con la croce alla mano, sovente colpito da piombo borbonico, predicava la fratellanza della famiglia italiana, ed era esempio del come si affrontano le pugne per la redenzione della propria terra. Più avanti egli capiva, primo, il dovere del sacerdote italiano: lasciare la religione degli idoli e abbracciare la religione del vero; la santa, la sublime religione di Cristo. – Soldato, Pantaleo non chiese gradi, ai quali poteva pretendere; ma, impugnato un fucile, si gettò dovunque era maggiore il pericolo”.
Biblioteca comunale di Castelvetarno
“Da Quarto al Volturno”
Da Pagina 64 a 65:
“Quel frate che ci segue sin da Salemi, vuole spandere un’aura di religiosità sopra di noi. Lo vidi poco fa a cavallo, partirsi per tornare a Calatafimi. – «Colonnello Carini, disse passando al mio Comandante, domani dirò messa sovra un avello tricolorato! Dopo tornerò con voi.»”
Pagina 75:
“Eccolo tornato il frate che partiva da Alcamo, per andare a dir la messa sul campo di Calatafimi. Cavalca una vecchia giumenta, sicuro in sella, come uno che sotto la tonaca, vestisse da soldato: è lieto, è giovane, si chiama fra Pantaleo da Castelvetrano. Anche un frate non è di troppo tra noi; dà risalto al nostro piccolo campo”.
Da pagina 143 a 144:
“Fra Pantaleo ha messo il dito sulla piaga, lui! Questa gente ci si è fatta nemica per la coscrizione decretata dal Dittatore. Ed egli in chiesa: «Che volete? La coscrizione è necessaria, ma è cosa presto scansata. Padri, madri, avete figli? Mandateli volontari per la nazione, e non saranno coscritti. Eppoi, non si vuol mica levar ai vecchi il sostegno, alle spose i mariti. C’è un’altra furberia. Fatevi Guardie Nazionali, e allora coscrizione addio». E giù, il frate mago, un crocione trinciato largo quanto la chiesa; e il popolo a benedirlo persuaso.”