|
|
Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP) |
|
Intervista a...Giovanni Gentile |
L’intervista si è svolta nell’aula della presidenza dell’Università Normale Superiore di Pisa.
Giovanni Gentile, grande filosofo neoidealista italiano, teorizzatore dell’attualismo, riformatore della scuola italiana, padre dell’Enciclopedia moderna rappresenta una delle personalità più illustri nel quadro culturale italiano.
Il filosofo, ad età ormai avanzata, desidera vivamente tornare alla “Normale” che in passato ha avuto un ruolo determinante per la sua formazione culturale.
Il luogo dell’intervista è stato proprio l’aula della presidenza di quell’Università, della quale egli era il direttore.
Con molta nostalgia Gentile ritorna in un luogo a lui molto familiare e risponde con chiarezza alle domande poste, alcune riguardanti determinati aspetti ambigui della sua figura, altre in aperto confronto con la società attuale.
E’ ancora acceso il dibattito sulla motivazione della sua adesione alla Repubblica di Salò. Per quale ragione fino all’ultimo si è dimostrato fedele ad un regime dal quale aveva preso le debite distanze disapprovandone alcune direttive?
Fino all’ultimo ho dimostrato un atteggiamento di fedeltà tipica dei siciliani credendo fortemente nel fascismo. Fu assolutamente reale il mio dissenso nei confronti della teoria razzista adottata dal fascismo, ma non per questo mi sono tirato indietro abbandonando l’idea di un nuovo vigore e una nuova forza del fascismo che per me non fu un semplice partito, ma qualcosa di interiore e profondo, dell’animo.
Molti hanno voluto rivalutare la sua identità politica, attuando una sorta di revisionismo teso a demolire la sua identità fascista e a conferirle piuttosto un’identità corporativista e liberal-socialista. Cosa ne pensa?
La mia anima fu decisamente fascista. Ciò non esclude però la mia totale apertura ad altre idee politiche come il socialismo. Addirittura nell’Enciclopedia ho invitato a collaborare anche antifascisti diametralmente opposti al mio pensiero politico. L’importante è pensare: “il pensare è la virtù maggiore” diceva Eraclito.
Lei è da considerare il dominatore della cultura italiana. Fuori dal panorama italiano non sembra aver lasciato sensibili tracce. La sua fama rappresenta quindi un fenomeno provinciale che si verificò solo per il forte appoggio politico del tempo?
Uno dei miei primissimi e costanti obiettivi è stato quel processo di sprovincializzazione che ho tentato di attuare fin da giovanissimo. Penso comunque che la filosofia italiana grazie al mio contributo abbia trovato collocazione europea e ciò non dipende dalla forte intesa tra me e Mussolini.
Anzi direi che il fascismo si rafforzò grazie all’appoggio di una figura così in vista nel quadro culturale del tempo.
La rottura dei rapporti tra lei e Croce fu dovuta a vari motivi di carattere filosofico, politico, ma un altro motivo va ricercato nel diverso rapporto di entrambi con i giovani. Quanto è importante per lei il rapporto tra maestro e scolaro?
Penso che tra maestro e scolaro ci sia una sorta di unità spirituale, analoga all’unità di soggetto e oggetto che si realizza nell’atto puro. Da qui l’idea della pedagogia come filosofia.
Lei fu una delle personalità più illustri del suo tempo. Ma cosa ne pensa del fatto che la filosofia italiana abbia voltato le spalle all’attualismo e che oggi sia stato dato molto spazio alla critica crociana che incontriamo in tutte le antologie piuttosto che alla sua?
Penso che la filosofia italiana in fondo non abbia mai dimenticato totalmente l’attualismo. Riguardo al secondo punto penso che la critica crociana abbia riscosso maggior successo rispetto alla mia perché il mio pensiero non era più in linea con le ideologie del tempo.
Lei è celeberrimo per la riforma scolastica del 1923. Oggi è in atto una nuova riforma, la riforma Moratti che verrebbe a ledere alcuni punti della sua riforma. Cosa ne pensa?
Sono passati un po’ di anni dalla mia riforma alla nuova.
Le due riforme sono relazionate a situazioni storiche, modi di vivere, società differenti. Sicuramente un limite della nuova riforma è il non dare lo spazio, dato in passato, agli studi umanistici, fondamentali per la formazione di un individuo.
Concludendo, alla luce delle sua visione della vita, della sua “Weltanshauung” che messaggio vuole infondere in noi giovani?
A parer mio l’uomo vive di domani, di attesa, di fede nel futuro. Si vive nel futuro e non nel passato, in cui la vita vissuta è precipitata, sparita e non potrà più essere ripresa per essere vissuta. Il presente non sazia mai e si pensa sempre al futuro.
L’idea di una vita senza fine dà una grande forza all’uomo.
L’idea di non morire mai elimina la paura della morte, tanto che il pessimista, che ha paura della morte, non riesce a concepire la vita come sacrificio, né la morte come un bel morire. Ma tutto, cari giovani, sta nel “nosce te ipsum”. La felicità sta nel possesso del proprio essere e nel seguire la passione che dà la forma a tutta la nostra vita. Invito proprio i giovani, che sono il nostro futuro, a prendere coscienza di queste parole, scolpendo nei propri cuori l’idea di guardare al futuro con forza, coraggio e determinazione.
Stefania Tilotta
Classe III B Lice Classico