Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP)


Gentile e la scuola

Franco Cambi

 

 

1 – A partire da “Genesi e struttura della società”: un viaggio a ritroso

 

L’opera postuma di Gentile, uscita nel 1946, dedicata a Genesi e struttura  della società, non solo è l’opera, come ricordava Bellezza, “più matura e forse la più bella letterariamente” tra quelle composte da Gentile stesso (Gentile, 1954, p. 9), ma è quella anche che meglio legge, secondo un’ottica trascendentale, la convergenza e identità tra individuo e società, alla luce di quella “eticità dell’atto” che reclama il prodursi stesso dello spirito nell’oggettività del mondo storico e sociale. Lì l’individuo si fa universale, si lega alla comunità e questa si fa “immanente all’individuo come sua legge”. Ed è comunità storica, vox populi, eticamente e politicamente determinata. Ed è in questa che l’individuo si fa concreto, attivo, realmente esigente. Quella comunità si fa “carattere” del soggetto e ne costituisce la dialettica che unisce l’Io all’alter come socius, determinando così un io-comunità che è storia e società. Ma società etica il cui “volere comune e universale è lo Stato” (idem, p.88). E lo Stato è diritto, etica, universalità appunto.  Così si crea quella “società trascendentale” che dà immortalità e fonda una religione laica, nella quale l’individuo trova la propria eternità: “L’immortalità dell’uomo vivo è quella dell’uomo che vive perchémuore sempre a se stesso: perché, così vivendo, egli si muove nell’eternità, si immortala” (idem, p.211).

Certo, in questa ultima opera gentiliana ci sono linfe nuove (l’esistenzialismo e il tema della morte, il marxismo e l’”umanesimo del lavoro”), ma c’è soprattutto la ri-fondazione dell’attualismo partendo dall’io/sé e prospettandone l’identità nel processo di oggettivazione dialettica nella società-storia-stato. Che era un po’ l’asse dello storicismo attualistico gentiliano, ma che qui viene riesposto con un’intensa rilettura problematica e secondo un’angolazione fenomenologico-esistenziale.

Sì, ma va sottolineato che qui, in quest’opera forse “di svolta”, sotto silenzio – e stranamente – viene passato il tema della formazione e delle sue agenzie in atto proprio nello stato. Alla formazione, in verità, è dedicato il capitolo IX rivolto a Stato e scienza, in cui è alla filosofia che viene consegnato il ruolo di animatore, in quanto sviluppa “un vigilare e riflettere continuo su quel che si è, su quel che si fa interiormente”, cioè “una inquietudine flagrante, una insoddisfazione che mai non s’acqueta di fronte al nostro essere e al nostro fare immediato” (idem, p.135). Niente, invece, viene detto su quella agenzia formativa e cruciale, e della cultura e dello Stato, che è la scuola, a cui Gentile ha dedicato, potremmo dire, la metà dell’impegno del suo lavoro di intellettuale, e come filosofo e come politico. Perché questo silenzio? Forse perché Genesi e struttura è un’opera di sola filosofia trascendentale, che fissa le condizioni di possibilità e di identità della società e non ne indaga che en structure l’articolazione? Forse perché la scuola è già adombrata, nella sua identità e funzione, nella  comprensione dello Stato come costitutivo e del diritto e dell’etica e della cultura? Forse, anche e soprattutto, perché Gentile ha già elaborato altrove e in opere magistrali la sua idea di scuola, come anche l’ha messa in opera nella riforma del 1923? Genesi e struttura, su questo punto, rimanda -forse- en arrière, alle tre tappe che hanno  scandito la riflessione gentiliana sulla scuola: sul suo ruolo e la sua identità, sulla sua organizzazione e la sua cultura, soprattutto formativa.

 

1)La fase primo-novecentesca in cui Gentile costruisce la sua idea di scuola; 2) la fase nazionalista dal 1915 al 1920; 3) la fase della riforma del 1923. In queste tre tappe prendono corpo una teoria e una politica scolastica di alto profilo, che è stata un fattore-chiave per la storia della scuola italiana, che si è innestata su quell’alto e denso modello europeo di pedagogia della Bildung e che è, ancora oggi, un modello attivo (e si pensi alla riforma Moratti del 2003, che è stata definita neogentiliana, da più parti – e con molte giustificazioni).

Genesi e struttura, nell’avvio di una nuova fase del pensiero gentiliano (che non avrà mai sviluppo, a causa della morte avvenuta nell’aprile del 1944), connotata da accentuazioni nuove pur nel costante trascendentalismo e nel permanente attualismo, non tocca affatto il problema-scuola proprio perché Gentile, sul terreno educativo, ha già dipanato à part entière il suo pensiero e la sua prassi?E’ l’ipotesi – per ora: in mancanza di indagini specifiche- più probabile. La sua idea di scuola resta, alla fine, quella del 1923, la sua idea di stato etico (e quindi educatore) resta quella che ha elaborato con l’adesione al fascismo e riconfermata nel discorso del Campidoglio del 1943. Sul fronte etico-politico (ergo anche pedagogico) il pensiero gentiliano nel periodo bellico non si apre al nuovo (come fa nella teoresi filosofica), resta ancorato al fascismo come guida, ancora, di “quella Italia futura” per cui Gentile ha “lavorato tutta la vita”, come scrive  egli stesso nell’Avvertenza a Genesi e struttura. Siamo davanti a una singolare contraddizione tra teoria e prassi in Gentile, che pur si spiega  con l’idea di politica come interpretata dallo e risolta nello Stato (ponendosi così sulle orme di Hegel), e  riletto come Stato etico; idea che resta ferma nel suo pensiero e proprio con la visione dello Stato come Nazione e come Valore a cui la politica stessa deve dare corpo facendosi non gestione di regole, ma Weltanschauung e ideologia che deve diffondersi nel tessuto stesso della vita nazionale. In questi due punti il pensiero gentiliano, anche a contatto della guerra, anche davanti alla sconfitta dell’Asse, non si rinnova, non entra in crisi e il fascismo resta, anche dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943 il modello politico con cui si cerca  di interpretare affannosamente il nuovo, ma con risultati assai deludenti e dal punto di vista teorico e dal punto di vista politico. A tal proposito si rileggano gli scritti politici dell’ultimo anno di vita di Gentile: essi sono bloccati sul passato, equivoci rispetto al presente e sordi all’avvenire che pur stava maturando nel clima tragico della guerra. Anche il silenzio sulla scuola nel volume scritto a Firenze nel 1943 si colloca precisamente su questa frontiera? Forse. Ma è un problema che resta aperto e che dovrà essere meglio indagato, ripercorrendo la produzione politica e culturale negli anni che vanno dal ’40 al ’44 elaborata da Gentile, e mettendo proprio faccia a faccia le posizioni politiche e quelle istituzionali, attraverso anche i pochi testi che parlano di scuola (e sono, in quegli anni, soprattutto i discorsi tenuti al Senato e le annotazioni contenute nei carteggi).

Qui possiamo assumere, invece, come ipotesi, per ora consolidata, che negli anni Venti arrivi a  compimento la teoria gentiliana della scuola e raggiunga, con la Riforma scolastica, il suo acmé.

 

 

2 – La fase dal 1900 al 1914: un’idea conservatrice e alta di scuola

 

Tra il 1900 – anno de Il concetto scientifico della pedagogia – e il 1914 (anno che vede il completamento  della pubblicazione del Sommario, uscito nel 1913 e 1914) Gentile viene definendo non solo il suo modello di pedagogia, ma anche – contestualmente -  il suo modello di scuola, sottolineandone bene la struttura e la funzione. E non è irrilevante che i due percorsi siano intrecciati: anche in pedagogia, per Gentile, teoria e prassi si saldano e si identificano; la buona teoria pedagogica si lega a una politica scolastica, e necessariamente, per quell’attualismo che si esplicita definitivamente nella Teoria generale dello spirito che è, anch’essa,  proprio del 1914. Se la pedagogia gentiliana è antipositivistica, connessa a una filosofia della formazione dello spirito e lo spirito è connesso, a sua volta, al divenire storico dell’uomo, in un processo infinito e libero, scandito inoltre in tale divenire dalle categorie hegeliane dello Spirito assoluto (arte, religione, filosofia), la teoria gentiliana della scuola  pone al centro la formazione spirituale (=culturale e storica) dei soggetti, di cui la scuola (=il maestro) è l’artefice e che essa deve realizzare secondo itinera diversi in relazione alla diversa natura spirituale dei soggetti, che è poi determinata, in buona parte, dalla classe sociale di appartenenza (ma questo Gentile lo tace, o quasi). La scuola di Gentile, già definita nel 1900, poi nel 1908, infine nel 1912-14, è una scuola elitaria, culturale, umanistico-storicistica, conservatrice, ma pur collegata a un’idea formativa della scuola, quale agenzia del risveglio spirituale di ogni uomo, anzi di quei soggetti non “fruges consumere nati” ai quali, soli, è rivolta la scuola formatrice e che sono i corrispondenti degli aristoi di ascendenza platonica.

Nella memoria del 1900 Gentile scrive, quasi a conclusione del suo discorso, nel quale ha sviluppato una reductio rigorosa (secondo il paradigma idealistico) della pedagogia a filosofia e a filosofia dello spirito che è farsi sempre in atto: “Lo spirito è sempre in via di sviluppo, finché non cessa di essere. Il suo sviluppo sarà maggiore o minore, più rapido o più lento; ma uno sviluppo ei l’avrà sempre; e finché c’è sviluppo, la scienza dell’educazione deve dire che c’è ancora educazione. La scuola è una speciale determinazione – certo la più degna praticamente di esser studiata – dell’educazione; la quale non può concepirsi in un modo scientifico se non nel luogo stesso dello sviluppo dello spirito” (Gentile, 1932, pp.46-47). Nel 1900 non dice altro, ma dice già abbastanza, se guardiamo anche a l’altra opera: L’insegnamento della filosofia ne’ licei, uscita sempre nel 1900. Qui la difesa della scuola classica e della filosofia come suo asse portante è netta, contro l’”ibridismo” e il tecnicismo dell’istruzione, e viene posta come la “luce”/contro lo “scardinamento incessante della nostra scuola classica”/da tener ferma.

Poi nei saggi degli anni seguenti, raccolti nel 1908 in Scuola e filosofia, Gentile delinea il suo modello di scuola, orientato in senso culturale e formativo alto, se pure – già in quegli anni, rispetto a Salvemini, a Mondolfo, a Vailati e altri ancora – di marca più nettamente conservatrice. Lì emergono, nello scritto su La riforma della scuola media (del 1905), i caratteri complessi della scuola: 1) come scuola di cultura e di cultura formativa e generale; 2) di una cultura che è formazione dell’uomo, nella sua specifica umanità; 3) che sviluppa il pensiero, la coscienza, l’autonomia, che fa “l’uomo delle classi dirigenti” (Gentile, 1908, p.189); 4) e che tale coscienza è data dalla cultura umanistica,fine a se stessa; 5) coscienza in cui lo “specialismo” della scienza sta in subordine rispetto a lettere, storia, filosofia; 6) una scuola media e superiore da sfollare dal “numero eccessivo dei giovani”, da quelli, appunto, “fruges consumere”. Tali i principi secondo cui la scuola, urgentemente, va riformata, a cui Gentile  aggiunge, nel 1907, quello della laicità reinterpretata, ovvero riletta in senso positivo, come orientata a e da una fede, capace di plasmare le anime, consegnata ora alla religione (nella scuola elementare) ora alla filosofia (nella scuola media superiore), e contrassegnata dalla tradizione storica. Scuola laica è libera, aperta alla fede, poiché fondata su “un concetto più alto dello spirito” (Gentile, 1932, p.131).

Nel 1914, con la seconda parte del Sommario di pedagogia, si fissa anche il principio didattico – già ricordato - che deve animare i vari settori della scuola e Gentile lo fa collegandosi a Hegel e alle categorie che scandiscono in senso dialettico la vita stessa dello spirito: arte, religione, filosofia; che si fanno i nuclei fondanti dell’insegnamento elementare, medio e superiore (=liceale). Sempre in vista di una scuola formativa e per il popolo e per i ceti medi e per la classe dirigente. Secondo un modello di destinazione e sociale e antropologica (si veda ancora i fruges...) già di ascendenza platonica – come ricordato - aristocratico e non democratico.

 

 

3 – L’incontro col nazionalismo

 

Nel tempo che va dal 1915 al 1920 entra in gioco, nella riflessione anche scolastica di Gentile, l’avvicinamento al nazionalismo e alle sue posizioni politico-culturali, che legano sempre più lo spirito alla nazione, vista come l’inveramento storico, la dimensione reale, nel tempo e nello spazio, della vita spirituale, in quanto orientata a e guidata da un ideale e un ideale concreto, definito, che si consolida in simboli, in istituzioni (lo Stato), in una tradizione storica (l’Italia nuova, nata dal Risorgimento).

Già in altra occasione ho avuto modo di ripercorrere questo cammino pedagogico di Gentile dall’attualismo al nazionalismo, poi al fascismo attraverso le raccolte di scritti uscite tra guerra e dopoguerra, che testimoniano bene questo itinerario verso un’idea di scuola che deve  far proprio l’ideale nazionale, la fede laica della nazione e disporla come fattore formativo in ogni ordine e grado di scuola. Si vedano gli scritti in Guerra e fede (del ’19), in Il problema scolastico del dopoguerra (sempre del ’19), in Dopo la vittoria (del 1920). Lì la riforma stessa della scuola si salda all’idea di patria e proprio i maestri devono farsi animatori di questa fede, a partire dalla scuola di tutti, di tutto il popolo. In questa fede si conclude e si consolida il Risorgimento, che è categoria-chiave per capire la filosofia politica di Gentile (secondo Del Noce), ma anche la sua politica scolastica, rivolta a ridare “anima” alla scuola e a dargliela con lo Stato-nazione che è, hegelianamente e nazionalisticamente insieme, lo “spirito” in atto, di cui interpreta e custodisce la trascendentalità.

Con La riforma dell’educazione, sempre del 1920, il percorso è compiuto. L’attualismo e il nazionalismo convergono. L’idea di scuola spirituale in quanto saldata alla patria-nazione è nettamente definita; patria-nazione che fa di ogni  io un noi e dà corpo a quello spirito che è cultura, storia, tradizione.

Il quadro di riforma della scuola ha ora una prospettiva completa, in cui una scuola formativa si articola per ambiti differenziati, ma saldata anche a una “fede comune”, laica e nazionale. Al posto delle due “fedi” del 1907 ora c’è un’unica fede nazionale, sia pure scandita ora in forma di mito ora secondo un’ottica critica e filosofica. Sono questi anche gli anni in cui Gentile ripensa proprio all’Italia, alla sua tradizione, al tempo della sua genesi moderna (il Risorgimento), delineando così quel mito dell’Italia nuova che resterà in Gentile anche un modello per interpretare il fascismo e al quale non verrà mai meno, anche negli anni tragici della seconda guerra mondiale. E che, possiamo dire, gli sarà fatale. Si veda, in particolare, il costante richiamo a Mazzini che – per Gentile – è l’interprete più netto e forte di quella Italia nuova che è, prima di tutto, unità spirituale, animata da una fede: dalla fede nella patria-nazione.

La scuola, in questa prospettiva, è l’agenzia-chiave e dello stato e della nazione. È il luogo in cui questa fede si decanta, si potenzia, si diffonde e si fa “principio formativo”, dei singoli e della collettività.

 

 

4 – 1923: la Riforma scolastica, i suoi contrasti, la sua tenuta

 

Nel 1923 Gentile, cooptato come Ministro della Pubblica Istruzione dal fascismo e da un fascismo ancora “movimentista” come pure alla ricerca di una sua cultura, che si incroci soprattutto col gruppo nazionalista e da questo assorbe il modello dominante di cultura (soffocando via via le componenti, invece, di “avanguardia”, di “ribellismo”, di “futurismo”, che pur lo animavano), dette corpo – con una serie di decreti – alla riforma della scuola. Una riforma subito e da più parti contestata, ma che ha avuto, in Italia, una durata lunghissima e una resistenza sorprendente. Una riforma non proprio democratica della scuola, ma organica e animata da un’idea alta di cultura, di cui l’idealismo attualistico era un preciso interprete e custode. Da questa riforma usciva una scuola di qualità e, insieme, una scuola selettiva. Ma anche una scuola animata da un preciso ideale culturale, tradizionale ma illustre e, a suo modo, funzionale. Un ideale che, come ben vide Gramsci, doveva essere sostituito, ma che lo sarebbe stato con difficoltà, poiché quello proposto da Gentile era di illustre tradizione, radicato nella storia italiana, dei suoi intellettuali soprattutto, e anche ben organizzato intorno al principio dell’asse linguistico per la formazione logica della mente (lingua materna, analisi logica, traduzione in latino o greco, lingue morte da possedere in senso analitico e puramente formale).

Quando cerchiamo, però, di interpretare la riforma del 1923 bisogna  distinguere almeno cinque aspetti: l’organizzazione, la cultura, le opposizioni che l’accompagnarono, la lunga durata e, insieme, i “superamenti” che iniziarono già con la politica fascista dei “ritocchi”. Da questi cinque punti prende fisionomia la caratura e il significato storico della riforma Gentile, il suo ruolo nell’Italia in via  di  modernizzazione e il giudizio stesso, storico-culturale e storico-sociale, sul modello scolastico messo in atto.

L’organizzazione. Si è detto: è scuola “a canne d’organo”. È scuola selettiva. È scuola che fissa solo un tipo di percorso formativo per entrare  a far parte della classe dirigente. È la scuola dei “due popoli”: in relazione ai destini tracciati dalla secondaria inferiore e superiore. È una scuola autoritaria in cui il maestro è l’indiscusso protagonista. Tutto vero. Come è vero che fu una scuola che bloccò e non sviluppò il mutamento sociale. Anzi si pose ad esso come limite postulando l’ascesa sociale solo per i migliori, gli aristoi, l’élite a cui fissavano lo sguardo anche i vari conservatori da Mosca.a Pareto e oltre. Tutto vero. Ma in questo schema elitario e classista, anche non democratico, Gentile faceva vivere un’alta visione dello Stato, fissava il ruolo delle élite  e le voleva spiritualmente e culturalmente  forti (lontane, assai lontane da ogni richiamo a “capi carismatici”), e si richiamava a un’immagine altrettanto alta della vita nazionale, se pure – forse – già allora ormai obsoleta: quella, potremmo dire, della Destra storica.

La cultura. È quella classico-umanistica, più storica, più filosofica che costituisce l’asse e il centro della scuola gentiliana. Ed è cultura “di tradizione” alta e nobilmente formativa e proprio connessa a quello “spirito nobile” che, sulla scia di Nietzsche, i conservatori illuminati, da Thomas Mann a Ortega, volevano salvare, nutrire, sviluppare, affermare in opposizione alla cultura di massa: scientifico-tecnica, applicativa, banausica come diceva ancora Platone. Ed è questa cultura che col suo storicismo, col suo modello nobile e elitario ha retto in ogni ordine e grado la scuola di Gentile, se pure dove più dove assai meno.

Le opposizioni. Furono molte e concentriche. Politiche, culturali, scolastiche. Promanavano dai partiti politici (dai socialisti ai cattolici, ai fascisti stessi), dalla cultura (positivistica, neokantiana, marxista-socialista), dagli attori stessi delle scuole (genitori, insegnanti, associazioni). Tutti convergevano nel rilevare le carenze della riforma, i suoi squilibri e culturali e sociali, etc. Gli scritti di Ambrosoli, di Ostenc, di Charnitsky, di Pazzaglia, di Chiosso, etc. ci hanno ormai guidati nel campo di queste opposizioni, mettendo in luce il turbamento complessivo che tale riforma provocò e lo provocò proprio in ragione del suo  radicalismo e organizzativo (=non-democratico) e culturale (=umanistico tradizionale). L’op-posizione fascista, in particolare, mise in luce l’imprinting  aristocratico e non piccolo-borghese di questa scuola, che la condannava ad essere ri-pensata, integrata, trasformata, dopo essere stata dichiarata, erroneamente, come “la più fascista delle riforme”.

La durata. È stata lunghissima. Ha superato il ’45. Ha superato il Centro-Sinistra. Ha superato il 1962 e la scuola media unificata. Ha superato il ’68.  E poi il conflitto sulla riforma della Secondaria, durato vent’anni. Per essere ancora in vita (nei licei) oggi, nel 2005. Perché ciò è avvenuto? E come? La lunghissima durata della Gentile sta dentro la modernizzazione lenta e incompiuta dell’Italia, che ha tenuto in vita – in ogni campo – espressioni del passato, radicate nel passato. E poi sono mancate vere alternative. Anche il modello gramsciano abbozzato nei Quaderni si è spesso bloccato per letture  massimaliste e per applicazioni impossibili (si pensi all’equivoco del lavoro come “nuovo principio formativo”).

I superamenti. Per primo li attivò il fascismo: con la fascistizzazione, con la clericalizzazione (nel 1929), con la Carta della Scuola di Bottai. Poi continuò l’Italia repubblicana: con il 1962 e poi coi Decreti Delegati del 1974, anche con gli esiti della Commissione Brocca del 1992. Ma dobbiamo arrivare a Berlinguer per vedere delinearsi un altro modello di scuola, ancora in cammino, fondato sull’au-tonomia, il curricolo, il POF, se pure frenato dalla riforma Moratti che si propose, nel 2003, come un “ritorno a Gentile”, ma certamente fuori tempo e assai tardivo. Anche perché si tratta, come ben vide ancora Gramsci, di andare con Gentile oltre Gentile e la sua scuola d’antan già nel 1923.

 

 

5 – Gentile e “un” modello di scuola moderna

 

Gentile, in conclusione, ci ha dato un modello (illustre, alto, funzionale, organico) di scuola moderna, ha posto in essere una riforma della scuola ispirata e alla pedagogia della Bildung (di cui è un significativo esponente europeo) e alla sua idea di scuola formativa, colta, elitaria, nutrita di “spirito nobile”, sospettosa verso le masse e la loro cultura ora strumentale ora connessa al loisir e agli istinti (come diagnosticavano Morin e Adorno). Siamo davanti a uno dei modelli di tale scuola (moderna, appunto), a fianco del quale se ne collocano altri (quella democratica di Dewey, quella “marxista” di Gramsci, quella emancipatrice di un Don Milani, etc.), ma certamente di tradizione e, in sé, funzionale: capace di dare un modello organico di scuola a una società più statica che dinamica, forse anche rivolta nostalgicamente al passato, sospettosa verso la democrazia e il suo esercizio autentico, e proprio per questo riguarda la formazione dei cittadini. Col suo modello di cultura ha dato un ”asse” di identità alla scuola e un asse nobile e alto, ispirato alle Geisteswissenschaften risolte in storia e filosofia, a cui le stesse lingue e le lettere servono da “piedistallo” e logico e storico. Certamente nel classicismo e storicismo che innerva questa cultura, nell’emarginazione delle scienze e la loro esclusione dalla costruzione del filosofico (fondata sull’opposizione tra concetto e pseudoconcetto) molto – e giustamente – si è detto, ma questi aspetti vanno riportati proprio al modello di formazione che tale riforma scolastica vuole favorire in primis: quella delle élite, formate secondo il paradigma della “vita spirituale” e da formarsi secondo tale paradigma e per distinguere le élite dalle masse e per garantire alla società, allo stato, alla nazione un governo ben rappresentato da uomini “migliori” e che proprio la cultura, che essi possono rivivere e far vivere, ha indicato come i migliori.

La riflessione gentiliana intorno alla scuola è un aspetto cruciale del suo pensiero filosofico e politico; elabora un modello nobile di scuola, se pure con una procedura vincolata da uno sguardo rivolto al passato; oppone élite a massa, tutelando l’aristocraticità della cultura e la sua funzione formativa per le élite; sta in pieno, se pure con una sua posizione (europea, però), nel complesso dibattito sulla scuola moderna e sul ruolo che essa svolge nel processo stesso di modernizzazione (ovvero di costruzione di stati-nazione capaci di stare nelle “società aperte” del presente, con spirito democratico e solidaristico, collaborativo e capace di costruire per tutti autentica cittadinanza).  Rispetto a questa prospettiva la scuola gentiliana si offre sì come un modello ma, ormai, obsoleto e impraticabile, se pure capace di ricordarci che lo “spirito nobile” è e deve essere la chiave-di-volta di ogni formazione. Anche nella società democratico-aperta, e aperta al pluralismo delle classi, delle culture, delle fedi, come è quella di oggi. In tal senso siamo ancora allievi di Gentile, come di Ortega, di Adorno e di molti altri ancora, fino a Rorty, a Morin e oltre.

 

 

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