|
|
Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP) |
|
da
Giovanni Gentile “Filosofia
di Marx” Analisi
del testo |
Giovanni
Gentile, dopo aver compiuto i suoi studi a Trapani e alla Normale di Pisa, si
pone l’obiettivo di avviare un processo di sprovincializzazione della
filosofia italiana. A questo scopo egli fa in modo di stringere uno stretto
rapporto tra la tradizione filosofica italiana e quella tedesca. Il periodo
storico vedeva in atto forti tensioni in Italia, provocate dalla questione
sociale e proprio in quegli anni (fine ‘800 – inizio ‘900) Benedetto Croce
cercò di definire la sua posizione nei riguardi del marxismo. Grazie a tale
stimolo anche Gentile si occupò del problema, vedendo nella filosofia del
pensatore tedesco un malriuscito tentativo di superamento della filosofia
hegeliana.
Addentrandoci
nel testo, “Marx e la filosofia della prassi” tratto da “Filosofia di
Marx” del 1899, che meglio esplica il pensiero gentiliano, è subito possibile
notare la tesi che ruota intorno alla parola chiave “prassi”. Il principio
fondamentale che l’autore vuole mettere in luce è che l’idealismo è una
filosofia della prassi. Per argomentare la sua tesi Gentile fa subito un
richiamo a Socrate, ricordando che nei suoi discepoli egli aiutava a formare,
fare il sapere. Spostando il discorso su Platone, l’autore mette in evidenza
come la tanto idealistica dialettica delle idee, presentate tuttavia
quest’ultime come dotate di energia creativa, è quindi strettamente legata
alla prassi. Ad entrambi i filosofi dell’antichità è dedicata una
appropriata argomentazione. I termini più ricorrenti collegati al concetto di
prassi sono: “costruzione, lavorio, maestro, collaboratore, produceva,
fare”. Spesso si incontra il concetto del sapere e della verità,
quest’ultima è presente a dimostrare che mediante l’idealismo è possibile
arrivare alla verità, e non concepirla come “Bella e formata”. Pochissimo
spazio viene invece concesso alla figura di Hegel, il quale viene relegato a
filosofo della prassi senza un approfondimento da parte dell’autore nei
riguardi del suo pensiero.
Quasi
un quinto dell’intero brano è dedicato al “nostro Vico”, in quanto
italiano. La trattazione si struttura intorno alla critica che Vico fa a
Cartesio, il quale considerava come fondamento della scienza, l’immediata
coscienza del pensiero, e partiva da una verità data. Il filosofo napoletano
ricorda invece che la verità è risultato, e non dato della ricerca
scientifica. In questa parte del testo viene nuovamente ribadita la tesi e le
parole più ricorrenti sono: “scienza, coscienza, conoscenza, verità” e
l’immancabile “fare”; questi termini mettono subito in luce la volontà
dell’autore di dimostrare che da una realtà data non è possibile partire per
raggiungere la vera conoscenza.
La
seconda parte, che tratta del pensiero di Vico, riguarda la conoscenza del mondo
naturale, la quale non può avvenire poiché esso è da rimettersi alla
cognizione di Dio, invece il mondo che è possibile conoscere è quello storico.
Il collegamento che richiama alla prassi sta proprio nella definizione di tale
mondo storico come prodotto dell’umana attività. In poche parole si afferma
che la storia è frutto della mente dell’uomo. Segue a questo concetto un
confronto con Marx del quale se ne critica la concezione della radice della
storia non come frutto delle modificazioni della mente ma come derivazione dai
bisogni dell’individuo. Lo scopo di Gentile nell’argomentare tale confronto
è il ribadire come la mente sia collegata all’operare, riprendendo così il
concetto di prassi. Concludendo l’analisi del pensiero dei precedenti
filosofi, volta a dimostrare come la filosofia della prassi non sia nata con
Marx, Gentile si cimenta in una dettagliata descrizione del metodo scientifico.
Tramite l’uso di vocaboli: ”materiale, meccanismo, strumenti, prodotto”
Gentile si prepone il fine di dimostrare che conoscere equivale a costruire
poiché, solo tramite la costruzione di un fenomeno, è possibile conoscere
quest’ultimo veramente. Attraverso l’esempio del calcolo aritmetico, egli
applica tale principio alla mente, affermando che una conoscenza non è tale se
essa è data, ma lo è solo tramite la ricostruzione. Un punto fondamentale
dell’intero brano si scorge nel passo successivo in cui l’intreccio dei
vocaboli:,”fare, conoscere, intendere”, vale a dimostrare la perfetta
omonimia dei tre. Per avvalorare tale ipotesi Gentile porta ad esempio
l’autore di un libro, la cui intelligenza deve essere accompagnata dallo
spirito nel suo procedere. Segue l’etimologia latina del verbo “facere”,
significante sia “che si può fare”, sia “che si può conoscere o
intendere”.
Nella
successiva parte non possiamo trascurare la citazione di Froebel e del suo
metodo pedagogico, la quale nulla aggiunge, anzi ribadisce la tesi
dell’autore, avvalorata dal fatto che la teoria di Froebel (prassi =
conoscenza) da maggiore dignità al suo pensiero. Il “fare” di Froebel non
si riferisce ad una filosofia materialistica, poiché esso è paragonato
all’IO primitivo di Fiche, dal quale il filosofo tedesco fece derivare tutta
la scienza. Il definitivo rovesciamento di Marx si ha affermando che egli
rimprovera ai materialisti di credere la realtà esterna un dato e il soggetto
semplicemente in grado di averne una visione, rimanendo su di un piano astratto
senza una relazione che permetta la reale conoscenza. Segue una serie di termini
riferiti a soggetto e oggetto che mostrano la stretta relazione che vi è fra
essi e, tramite il loro rapporto, la realtà effettiva che ne risulta. La
ripetizione di vocaboli “rapporto, relazione, reciprocamente” è volta a
comunicare che scindendo soggetto e oggetto sul piano reale, non si può più
avere vita, ma morte. Nella parte finale del brano viene ripresa la tesi e si
aggiunge il concetto che mediante la conoscenza, si costruisce un oggetto, il
quale è inscindibilmente legato al soggetto e di esso è parte; in sintesi il
soggetto, conoscendo, crea se stesso. Notiamo la ricorrente presenza della
formula “progressiva formazione” che indica i momenti della conoscenza che
avviene gradualmente. A conclusione, tramite l’uso dei termini “conoscenza,
potenza, crescendo, comprensione, progressivo sviluppo” si ribadisce la
gradualità dello sviluppo parallelo di soggetto e oggetto, legati tra loro
nell’incessante attività del fare.
L’autore,
tramite pertinenti argomentazioni, è riuscito così a dimostrare come il
concetto di prassi non sia nato con Marx, come esso sia legato indissolubilmente
alla conoscenza, intesa in termini di attività, di azione, insomma di
“prassi” e come ogni filosofia della prassi è filosofia idealistica. Da qui
le radici del marxismo nell’idealismo, attraverso i punti in comune tra i due.
Il rovesciamento operato da Marx della filosofia idealistica viene
“rovesciato” da Gentile: marxismo e idealismo sono molto più vicini di
quanto si possa immaginare.
Paola Ilaria Aiello
Liceo Classico “G. Pantaleo”
III B
Per il laboratorio filosofico
“G. Gentile a sessant’anni dalla
morte”
a cura della prof.ssa Anna Vania Stallone