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IL FASCISMO: TERZA FORZA TRA CAPITALISMO E COMUNISMO |
Il Fascismo, fin dalla sua nascita, è stato oggetto di un intenso dibattito politico e storiografico. Tra il 1922 e il 1928, infatti, videro la luce alcuni lavori d'indagine che si riproponevano di uscire dall'ambito della cronaca e della polemica politica comune per delineare i caratteri di fondo della rivoluzione fascista e le ragioni storiche che avevano portato l'Italia verso un regime autoritario: il fascismo come prodotto della crisi morale dell'Italia liberale a seguito degli sconvolgimenti prodotti dalla prima guerra mondiale; il fascismo come conseguenza dei ritardi del processo di unificazione nazionale; il fascismo come risultato dello scontro tra le classi sociali; infine, il fascismo come fenomeno piccolo-borghese, espressione delle convulsioni sociali dei ceti medi travolti dalla crisi postbellica, ora inquadrati in organizzazioni di socializzazione politica funzionali al regime. Grande fortuna ebbe in tal senso la tesi, che io condivido, di un fascismo come “regime reazionario di massa”, espressione della mobilitazione della piccola borghesia, immiserita dalle due classi allora egemoni, la grande borghesia industriale e finanziaria e il proletariato, sulle quali, d’altra parte, il fascismo non mancò di esercitare la sua infallibile capacità di assoggettamento. Questo connotato sociale giustifica i caratteri del Fascismo come movimento e come regime, reazionario e rivoluzionario a un tempo: reazionario contro la classe lavoratrice e le ideologie egualitarie di cui essa è portatrice, rivoluzionario rispetto all'ordine sociale esistente fondato sulla tutela degli interessi del grande capitale. L'Italia del tempo, infatti, uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, era tuttavia rimasta disillusa dalla ripartizione del nuovo assetto territoriale, e si dibatteva in una condizione di grande disordine politico e morale che il conflitto aveva scatenato. Lo scontento si diffondeva pericolosamente, esasperato da una diffusa sfiducia nelle istituzioni, in quella democrazia liberale che aveva ignorato le speranze e le aspirazioni delle masse operaie e dei reduci di guerra. L'Italia del 1919 era indebolita da una situazione quanto mai critica dei rapporti sociali per il forte contrasto fra le precarie condizioni della classe operaia e dei contadini che avevano pagato un tributo di sangue e patimenti in guerra e il lusso sregolato sfrontatamente sfoggiato dai nuovi ricchi che avevano tratto enormi profitti dalla guerra attraverso le industrie belliche. Ma la scontento e l'intolleranza alle discriminazioni si erano estese anche al ceto medio e alla piccola borghesia, una numerosa schiera di giovani ufficiali e di combattenti che non avevano trovato nel dopoguerra l’attuazione delle loro aspirazioni, un miglioramento economico e l'affermazione sociale cui credevano di avere diritto come ricompensa ai riconoscimenti militari conquistati valorosamente sul campo di battaglia. I tempi erano maturi per una svolta definitiva, per quel fenomeno politico alimentato dalla violenza della lotta di classe, dallo scontento generale e dal turbamento dei conservatori che s'impose per un ventennio alla guida del Paese come “regime reazionario di massa”: il fascismo di Mussolini. Come si legge in alcune pagine dell’ Ordine Nuovo sottofirmate da Antonio Gramsci, alla richiesta, da molti più volte esposta, di un chiarimento sul ruolo svolto dal fascismo all’interno della società italiana, si può dar risposta presentando il fascismo come “il tentativo, agli occhi dei ceti medi, di risolvere i problemi socio-economici con le mitragliatrici e le revolverate”. Le forze produttive erano state rovinate e sperperate nella guerra imperialista: venti milioni di uomini nel fiore dell'età e dell'energia erano stati uccisi; una terribile ondata di crisi e malumori aveva ormai devastato il nostro Paese…ma c’era ancora uno strato della popolazione, la piccola e media borghesia, che riteneva di poter risolvere questi problemi giganteschi con le mitragliatrici e le revolverate, alimentando così l’ascesa del fascismo. “Le classi medie che abbracciano il fascismo” come dice Tasca nell’opera intitolata Nascita e avvento del Fascismo, “sono soprattutto quelle che non sono o non si sentono più collegate con una base economica propria e autonoma”, sono frange di popolazione allo sbaraglio, senza più valori, senza più certezze, alla ricerca di un idolo, di un appiglio, di una guida. Sarà proprio questa condizione di paura e abbattimento, di delusione ed esitazione, a facilitare la disintegrazione sociale in ragione di un nuovo e astuto programma politico-sociale dai mille volti nascosti, che si concretizza proprio nell’assorbimento delle classi medie da parte dei nuovi quadri politici creati dal fascismo. E così la borghesia italiana che fino a poco tempo prima non poteva certo vantarsi di avere una salda e forte organizzazione politica, perché a lungo contrastata nel suo faticoso tentativo di ascesa politico - sociale, che aveva assistito impassibile all’ affermarsi nella vita politica del Paese dei grandi partiti di massa da cui era stata sconvolta, poteva scorgere nel movimento fascista la possibilità di avvalersi invece di una solida organizzazione politica. Come dunque sostiene Togliatti nelle sue Lezioni sul Fascismo, il Fascismo è stato in grado di “dare alla borghesia italiana ciò di cui essa è sempre stata priva, e in particolare un partito forte, centralizzato, disciplinato, unico, dotato di una propria forza armata” garantendosi così una grossa fetta di consensi all’interno delle classi medie. Non è peraltro sufficiente dare una spiegazione alla vittoria del fascismo come regime reazionario di massa semplicemente sostenendo la tesi secondo cui esso costituirebbe la reazione di classe del capitalismo contro l’ascesa del proletariato e sarebbe la conseguenza del fallimento della politica socialdemocratica; arrestarsi a queste spiegazioni vuol dire non poter spiegare come sia stato possibile al fascismo ottenere il consenso delle masse popolari, in un’epoca in cui vi sarebbero tutti i presupposti economici per la crisi del capitalismo e il suo violento tramonto attraverso la rivoluzione socialista. A tal proposito, così scrive Reich in Psicologia di massa del fascismo: " sarebbe più logico chiedersi che cos’è, nelle masse e dentro le masse, a render loro impossibile di riconoscere la vera funzione del fascismo”. In tal senso è opportuno analizzare il fenomeno anche da un punto di vista psicologico, spiegando l’adesione individuale al fascismo come la risposta all’insicurezza, alla paura dell’isolamento e al bisogno di appartenenza ad un gruppo, come una “fuga dalla libertà” o come “un soggiacere alle dinamiche autoritarie e pubbliche”. E’ chiaro, infatti, come in un contesto storico sormontato da un processo di crisi che aveva ormai investito la sfera economica come quella politica, sociale e culturale si siano potute creare con gran facilità ampie disponibilità da parte di interi gruppi sociali, privi d’identità ben strutturate, a prestar fede a sistemi politici dispotici e a sottostare al potere autoritario di un capo carismatico come Mussolini. Il fascismo affonda quindi le sue radici in questi atteggiamenti sostanzialmente demolitori propri soprattutto dei ceti medi: nella paura della libertà, nelle insicurezze di masse di individui repressi, schiacciati da una morale pubblica e da dinamiche autoritarie. È in questo intreccio drammatico di spinte collettive e di conflitti irrisolti, alimentato dall'irrompere del progresso che, in una società ancora arretrata come quella italiana, trova spiegazione il consenso che indubbiamente il regime di Mussolini acquisì negli anni Trenta, come “terza forza tra capitalismo e comunismo”per citare un’espressione cara a Guazza, come “regime di massa” a favore del quale i ceti medi e la piccola borghesia avevano imparato a mobilitarsi e nel quale erano riuscite a trovare piena rappresentanza.
ROSA FERRANTELLO
III B – Liceo Classico A.S. 2005/2006