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Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP) |
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IL "GIOVANNI GENTILE E LA R.S.I." DI ALESSANDRO CAMPI |
Senz'altro dalla metà degli anni novanta si è assistito a un rinnovato interesse nei riguardi di Giovanni Gentile, della sua figura e del suo ruolo intellettuale nell'Italia del Novecento (si pensi al libro di Gabriele Turi, al convegno di Roma del maggio 1994 raccolto in volume dai tipi di Marsilio, alla importante voce scritta per il Dizionario biografico degli italiani da Gennaro Sasso). Diversi sono i nodi connessi alla sua biografia ancora oggetto di discussione. Per ricordarne alcuni: i caratteri del suo nazionalismo (se persino Gentile possa definirsi un nazionalista), i motivi della sua adesione al fascismo e se questa si leghi in qualche modo alla sua concezione filosofica, se alcune delle sue imprese maggiori (specialmente l'Enciclopedia italiana) possano chiamarsi opere di regime. Le domande poi "inevitabili" sono state poste a proposito della sua scesa in campo a favore della Rsi e sulle ragioni che portarono alla decisione di ucciderlo. Luciano Canfora nel 1985 in La sentenza riconfermò la versione del gruppo gappista che il 15 aprile 1944 freddò Gentile sulle colline di Firenze, ma introdusse nuovi elementi cogliendo la convergenza di interessi fra quanti - pur di opposte sponde politiche - erano contrari alla linea di riconciliazione nazionale lanciata dal filosofo nel dicembre del 1943. Campi, con questo libretto in sedicesimo che si legge tutto d'un fiato, scende per così dire nell'arena, per dare la sua interpretazione sia sull'adesione di Gentile al fascismo, sia sulla sua scelta della Rsi e infine, ciò che motiva il sottotitolo, sulle ragioni della sua morte. Convincenti i giudizi riguardanti la visione organicistica della cultura di Giovanni Gentile e la "normalità" (non l'eccezionalità o lo scandalo) della sua scelta del fascismo. Convincente il richiamo a considerare la Rsi non come un blocco monolitico per la compresenza in essa di varie anime distinte e anche dissimili (significativi gli attacchi a Gentile da parte del "Fascio" di Milano e i tentativi del filosofo di arginare la violenza squadristica). Convincente la spiegazione della sua scelta della Rsi e della sua accettazione della nomina a presidente dell'Accademia d'Italia soprattutto legata all'incontro con Mussolini (già Sasso aveva posto l'accento sul "mussolinismo" come collante della complessiva traiettoria di Gentile dagli inizi degli anni venti all'epilogo di Salò, e alla ripresa del tema dell'impegno politico degli intellettuali. Affascinante la congettura della morte "necessaria" di Gentile al fine di chiudere con il passato vuoi (da parte della dirigenza comunista) per sgombrare il campo filosofico nella prospettiva di una egemonia culturale marxista, vuoi (da parte inglese: si è infatti adombrata anche la presenza di servizi segreti inglesi) per imporre una concezione europeo-continentale, anziché giusnaturalistica (quale si sarebbe imposta a Norimberga), della giustizia. Verso il nemico, o il perdono o la vendetta (e quindi l'uccisione senza processo). Peccato tuttavia che si resti sul piano delle congetture e delle suggestioni, non potendo disporre di alcuna documentazione nel merito.
Dianella Gagliari (Il Mestiere di storico - Annale III/2002 della Società Italiana di storia contemporanea Libreria Dante & Descartes)
MORTE NECESSARIA DI UN FILOSOFO
Il Fascismo morì con l'assassinio di Giovanni Gentile, l'ideologo neo-hegeliano dell'attualismo. Lo sostiene in una interessante pubblicazione (Giovanni Gentile e la Rsi), che farà discutere a sinistra, ma soprattutto a destra, Alessandro Campi, ricercatore all'Università di Perugia. Il fascismo non è morto il 25 luglio del 1943, e nemmeno il 25 aprile del 1945 con l'uccisione del suo capo, il fascismo è morto il 15 aprile del 1944 con l'omicidio di Giovanni Gentile, dell'intellettuale cioè che aveva fornito al fascismo una compiuta ossatura ideologica, una base morale, un fondamento razionale, un'ideologia e una dottrina coerenti poggiate sulla teoria filosofica neo-hegeliana dell'attualismo. Colpire dunque Gentile significò, in sostanza, colpire il fascismo come ideologia, colpire la radice da cui il movimento di Mussolini, che conosceva le opere del filosofo siciliano sin dal 1908, era germinato. Insomma, come Alessandro Campi sostiene nel suo "Giovanni Gentile e la Rsi" l'assassinio di Gentile fu "necessario", iscritto nella logica delle cose, e soprattutto coerente e pienamente comprensibile in un contesto di guerra civile. "I capi della futura Italia antifascista avevano bisogno - scrive Gregor nell'introduzione al libro di Campi - di un simbolo importante che denotasse una cesura storica e politica". La morte di Gentile sarebbe stato il segnale della definitiva scomparsa del fascismo, una "morte necessaria - come scrive appunto Campi - in virtù del ruolo preponderante che in condominio con Croce, Gentile aveva svolto in Italia nel campo della cultura. Il progetto metapolitico di Togliatti, finalizzato ad imprimere al partito comunista italiano una base ideologica nazionale e a sostituire l'egemonia crociano-gentiliana con quella marx-gramsciana, rendeva inevitabile, come infatti avvenne, dapprima la liquidazione morale e fisica di Gentile e poi quella intellettuale e morale di Croce, vale a dire dei dioscuri della tradizione dell'idealismo italiano, assimilato tout court al fascismo e alla guerra". E l'assimilazione dell'attualismo al fascismo non è affatto così forzata, in realtà si potrebbe dire che con il fascismo di Mussolini, all'attualismo gentiliano spuntarono le gambe per incedere nella storia, trovando "il modo di esprimersi in chiave concretamente politica... secondo un percorso che conduce dall'immanentismo (secolarismo) proprio di ogni filosofia idealista al disegno riformatore in senso religioso e spiritualista". Se si guarda all'uccisione di Gentile secondo quest'ottica - l'ottica appunto della guerra civile e della morte necessaria di chi, prendendo una precisa posizione, vi aveva preso parte - appaiono decisamente pelose e prive di qualsiasi serio sostegno logico le posizioni di chi, nella destra neofascista del dopoguerra, ha deprecato per anni l'omicidio di Gentile, parlando di un gesto efferato, di un'azione di gratuita crudeltà. Argomentazioni maldestre che Campi non ha mancato nel suo lavoro di mettere in luce: "Da un lato il neofascismo italiano si è battuto perché quella svoltasi in Italia nel biennio 44-45 fosse riconosciuta storicamente e storiograficamente alla stregua di una guerra fratricida, dall'altro non ha mai colto il carattere consequenziale, tragicamente necessario, del tutto coerente con la natura propria di ogni guerra civile, dell'assassinio di Gentile o dell'episodio di Piazzale Loreto, rispetto ai quali esso ha invece invocato un metro umanitario, ha fatto appello alla pietas e al sentimento della clemenza e del perdono". Non c'è da stupirsi se questo libretto di Campi, assieme al suo "Mussolini" che sta uscendo in questi giorni nelle librerie per i tipi del Mulino, provocherà a destra e a sinistra (ma soprattutto a destra) reazioni scontrose. Siamo infatti di fronte a un metodo e ad un approccio a certi temi insolito in un paese come il nostro: Campi, che per le edizioni Pellicani ha curato numerosi studi sul fascismo, ha sempre utilizzato un criterio rigorosamente scientifico, avalutativo e tassonomico nelle ricerche che ha compiuto, criterio che inevitabilmente finisce col togliere sostanza alle argomentazioni che da una parte e dall'altra dei due fronti intellettuali della guerra civile italiana hanno paralizzato ogni progresso nel campo degli studi sul fascismo, cioè a dire su vent'anni della nostra storia nazionale.
Riccardo Paradisi (Unoinpiù - Febbraio 2001)
SINE SPE AC METU
Sine spe ac metu ("senza speranza né timore") è il motto con cui si apre il libro Comunità, Europa, Impero di Francesco di Marino, pubblicato all'inizio del 2001 nell'ambito dei Quaderni di Terziaria, ma si adatta altrettanto bene ad un altro recente saggio della stessa collana: Giovanni Gentile e la RSI di Alessandro Campi. Infatti, anche se il primo testo va alla ricerca di prospettive per il futuro, mentre il secondo è dedicato alla ricerca storica, entrambi gli autori sostengono l'importanza di saper scegliere, individualmente e collettivamente, strade coraggiose in quei momenti in cui il senso dell'onore e l'orgoglio impongono di reagire alle umiliazioni, prescindendo da eventuali considerazioni pratiche sulle possibilità di successo. Giovanni Gentile e la RSI Fu senz'altro in un quadro segnato dal disincanto e dal fatalismo, da un senso di morte e di sventura, che si collocò la scelta gentiliana di aderire alla Repubblica sociale italiana. Alle molteplici ragioni di questo passo, intrapreso dal filosofo del fascismo nella piena consapevolezza del fatto che le sorti del conflitto volgevano ormai al peggio, è dedicato il saggio di Campi. L'autore, analizzando i motivi storici, congiunturali, culturali, ideali e caratteriali che contribuirono alla decisione di Gentile, traccia un quadro piuttosto complesso, riassumibile in sei punti. 1) Gentile volle dimostrare la sua coerenza politica e intellettuale a quei fascisti che lo avevano accusato di opportunismo per la corrispondenza avviata con Leonardo Severi, ministro dell'educazione nel Governo Badoglio. 2) Fermamente convinto della indissolubilità di pensiero e azione, prendendo posizione nel momento più difficile egli manifestò la sua contrarietà al "sofisma diabolico" che fa gettare ogni dovere dietro le spalle. 3) Per Gentile negare il fascismo nell'ora estrema avrebbe significato smentire intellettualmente se stesso: sarebbe stata, egli scrisse alla figlia Teresina, una "vigliaccheria equivalente alla demolizione di tutta la mia vita". 4) Venendo a motivazioni meno soggettive, sicuramente condivise da Gentile con molti altri italiani che aderirono alla RSI, va anzitutto ricordato il suo legame di amicizia e fedeltà nei confronti di Mussolini. 5) Nella convinzione che l'armistizio rappresentasse un tradimento dell'alleato tedesco, diveniva inoltre indispensabile "negare la legittimità della resa per riaffermare il diritto ad esistere dell'Italia, che potrà magari soccombere, ma con onore". 6) Pur deciso sostenitore della "necessità della lotta giusta", Gentile si augurava infine, assumendo la presidenza della risorta Accademia d'Italia, di poter contribuire "alla smobilitazione degli animi" ed evitare che la guerra civile culminasse in un rovinoso bagno di sangue. Il 15 aprile 1944 Giovanni Gentile, simbolo massimo del disegno culturale fascista, veniva assassinato in circostanze mai totalmente chiarite. Morì "tenendo alta la bandiera della dignità, alla quale nessuno vorrà mai sopravvivere" secondo quanto aveva raccomandato nel Discorso agli italiani da lui pronunciato a Roma nel 1943. La grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma anche nell'aver tenuto ferme, sino alle conseguenze estreme, le proprie idee: una coerenza che per quanti si schierano a destra dovrebbe essere di esempio anche oggi, nel momento in cui, come si dice in una bella canzone della Compagnia dell'Anello, "stiamo buttando alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra Fede più antica e le ragioni più vere". Comunità, Europa, Impero Anche il saggio di Francesco Di Marino ruota intorno a un tema ideale, provocatoriamente sintetizzato nel sottotitolo del volume come "una utopia per il XXI secolo". Per risolvere la crisi d'identità dell'Occidente, che vede Stati nazionali e Organizzazioni internazionali impotenti ad esprimere un'autentica sovranità, l'autore sostiene la necessità di un'istituzione che si ponga al di sopra degli attuali Stati secolarizzati, esperimento l'unità del comune sentimento del "giusto", l'unità della cultura attraverso il mosaico delle sue diverse espressioni. Non è possibile, dice Di Marino, ricostituire l'unità del continente europeo partendo da Stati costruiti a tavolino (in base ad accordi, come quelli di Yalta, che hanno spezzato le comunità imponendo confini arbitrari) o da Organizzazioni prive di autentico potere, ma pronte a legittimare interventi imperialistici mascherati da "guerra giusta". Il problema dell'Europa consiste nel dare espressione politica e istituzionale alle peculiarità culturali e civili di cui ciascuna comunità è portatrice. E' dunque da comunità più ristrette e più omogenee rispetto a quelle statali, che garantiscano il rapporto personale tra eletti ed elettori e la conoscenza immediata dei problemi, che deve partire la costruzione di una nuova Federazione europea. Questa Federazione dovrà essere capace di mantenere la pace e di indirizzare gli uomini e i Governi alla risoluzione dei problemi planetari con la sua autorità sacrale, non con la sua forza. L'utopia proposta da Di Marino si conclude quindi con l'auspicio di una istituzione di tipo imperiale, in grado di erigersi supra partes come rappresentazione spirituale e intellettuale universalmente condivisa: l'Imperatore può risvegliarsi, solo che l'uomo spinga oltre lo sguardo e, scorgendo un paese migliore, alzi la vela.
Roberto Rosasco (Il Bargello - Trieste - Aprile/Maggio 2001)
UN FILOSOFO SCOMODISSIMO
Tra i libri che Gianfranco Monti continua coraggiosamente (parlo qui di coraggio nell'esposizione economica, piuttosto raro) a pubblicare con l'edizione "Terziaria" è di particolare interesse il tema sulla morte "necessaria" di un filosofo sviluppato da Alessandro Campi in Giovanni Gentile e la RSI. Campi ragionevolmente sfata il mito secondo cui non si dovrebbero uccidere i professori, come se in una guerra civile fosse più giusto ammazzare soltanto gli allievi, i ragazzi. Con minor ragione, a mio avviso, riecheggia invece la tesi lanciata da Luciano Canfora secondo cui tra i mandanti dell'assassinio vi sarebbero state anche frange del fascismo repubblicano più immerse nel clima della guerra civile. Canfora ha retrodatato alla RSI l'inflazione delle scorte negli "anni di piombo", per accusare il fascismo estremistico fiorentino d'aver fatto mancare la scorta a Gentile mentre la sua era una morte annunciata. Ma i fascisti, obbligati al coraggio come 11° comandamento, non usavano scorte. Pavolini attraversava la pianura padana col solo autista. Resega, federale di Milano, fu ammazzato sotto casa mentre attendeva il tram per recarsi nella più importante federazione d'Italia: non girava scortato e non usava la macchina di servizio di cui disponeva Gentile. E' purtroppo vero che molti fascisti si lasciarono trascinare come in un Paese nemico nella pratica delle rappresaglie, ma dovrebbe essere d'altra parte evidente che a volere la guerra civile furono gli antifascisti. Ai fascisti sarebbe assai più convenuto poter continuare a comandare tranquilli. Correnti di fascismo antigentiliano c'erano sempre state. L'accusavano d'essere più un liberale che un vero fascista e nella RSI continuarono polemiche di questo genere da parte del fascismo estremistico, ma da qui a volerlo morto, come insinua canfora, ci corre. Che i fascisti per faide interne si ammazzassero tra di loro è luogo comune usato anche per Ghisellini a Ferrara. In realtà i partigiani si accanivano con i miti, obiettivo tra l'altro più facile, proprio perché ostacolavano la guerra civile. Campi in compenso ha recuperato un'osservazione di Gennaro Sasso, che in suo libro-intervista del 1993 aveva scritto: "Ho cominciato a pensare che l'uccisione di Gentile potrebbe essere stata la prova generale di quella di Mussolini; e che la ragione stesse nella volontà inglese di togliere di mezzo i principali personaggi del fascismo per contrastare la diversa e persino opposta tendenza degli americani a conservarli in vita e quindi a sottoporli a processo. Uccidere Gentile significava che, a fortiori, anche Mussolini doveva esserlo; e uccidere quest'ultimo significava stroncare alla radice l'idea stessa di processi. Insomma, nel condannare a morte Gentile e Mussolini, gli inglesi avrebbero criticato coi fatti, e avant lettre, la mentalità di Norimberga". Al movente inglese Campi aggiunge quello dei comunisti, che ne furono gli esecutori materiali: si preparavano a raccogliere l'eredità di Gentile come grande organizzatore di cultura e non c'è eredità senza il morto. Dal bel saggio di Paolo Mieli "Una rilettura liberale di Giovanni Gentile" in Le storie la storia (Rizzoli) Campi raccoglie infine il sospetto che il filosofo sia stato ucciso "perché sapeva troppo" sul collaborazionismo degli intellettuali antifascisti negli anni di un regime durante il quale poterono continuare a campare scrivendo. Sospetto eccessivo, che Mieli ricava a sua volta dallo scrittore cattolico Vittorio Messori. Secondo questa interpretazione - conclude Campi - la morte di Gentile, più che necessaria, potrebbe dirsi "utile ed opportuna" per toglierli d'imbarazzo. Non ne sono stati direttamente i mandanti, ma quando è stato messo a tacere si sono fregati le mani. Giano Accame (Area n° 58 - Maggio 2001) IL SACRIFICIO DEL FILOSOFO Nel suo ultimo articolo, apparso su "Civiltà Fascista" dell'aprile 1944, Giovanni Gentile si domandava: "E' possibile una realtà politica di cui all'uomo sia dato essere semplice spettatore?" Lui una risposta se l'era già data da qualche mese. Da quando, cioè, aveva scelto di aderire alla Repubblica Sociale, di assumere la presidenza dell'Accademia d'Italia, di combattere, in prima linea e sottoposto al fuoco congiunto degli antifascisti che lo odiavano e di certi fascisti intransigenti che diffidavano della sua "volontà pacificatrice", una battaglia che sapeva perduta. Si era dato una risposta, Gentile, netta e definitiva: ed era ben cosciente che quel suo "si" estremo a Mussolini e al fascismo rappresentava una condanna a morte, una "sentenza" che sarebbe stata immediatamente pronunciata e resa poi esecutiva dai "gappisti" fiorentini il 15 aprile 1944. Ora, Alessandro Campi, in un volumetto ricco di intelligenza storica, dunque "aperto" alla complessità di eventi e personaggi, idee e scelte ("Giovanni Gentile e la RSI - Morte necessaria di un filosofo") ci mostra come l'ultimo approdo gentiliano sia la mèta tragicamente coerente e tragicamente inevitabile di un percorso intellettuale ed esistenziale. Giovanni Gentile "doveva" fare quel che fece; e in questo "dover essere", nel pensiero e nella storia,, c'era inscritta anche la "necessità" della morte. Scrive Campi: "Nel fascismo, come uomo e come intellettuale, Gentile aveva investito tutto di sé: con esso doveva finire, anche "fisicamente", cosa della quale peraltro egli non ha mai dubitato (…).Gentile - visto come simbolo massimo dell'impegno con cui il fascismo aveva perseguito il proprio disegno politico-culturale - doveva essere ucciso: per chiudere con il fascismo, troncando sul nascere qualsiasi ipotesi di continuità e per consentire l'inizio di una diversa fase della storia italiana". Campi ha ragione. Ed ha ragione quando, dopo aver scavato tra le idee, le passioni, le emozioni ecc. di chi scelse Salò (si vedano i capitoli "Le scelte della RSI", pp 35-46 e «Gli intellettuali e la RSI", pp 137-141), osserva nella sua conclusione: "La pacificazione - che altro non è che la visione completa e sufficientemente condivisa del proprio passato storico - non si raggiunge attraverso la sintesi delle memorie, che sovente equivale a una reciproca elisione, ma sul piano dell'analisi e del giudizio, che per essere storicamente efficaci debbono rifuggire ogni moralismo ed ogni falsa "pietas".» Indubbiamente, la storia è anche assunzione di "responsabilità" criticamente ed operosamente "civile" di fronte a chi fece scelte "responsabili". Giocando in quelle il presente, il passato, il futuro; la rappresentazione di sé e del proprio pensiero; e l'immagine che gli altri hanno di noi, la vicenda personale, il magistero. Forse la storia è necessariamente "tragica" quando ci entriamo dentro con tutto il peso della nostra mente, ma esponendo, senza paura, anche il corpo; e chi la scrive davvero "sine ira et studio", e dunque per andare avanti, e dunque ancora in vista di memorie "condivise", ha l'obbligo di registrare l'intensità drammatica di affermazioni e negazioni personali e pagate di persona, senza smussare gli angoli, senza addolcire. Ecco, allora, la straordinaria, fatale "dignità" della scelta gentiliana. Carica di senso dell'onore, di pessimismo, di volontarismo, di teso, accorato impegno testimoniale. L'azione di Gentile è davvero filosofia in atto; la ricerca speculativa esce dalle biblioteche e dalle accademie, e si tuffa nel ribollire della vita, scommettendo sulla missione del dòtto; organizzare la Città, garantire la continuità dei suoi ordinamenti, impedire, impedire che il nemico la invada violando altari e focolare, gridare con forza le parole della concordia in mezzo agli odi faziosi che ne dilaniano le carni e ne avvelenano il sangue. Gentile, se vogliamo, sceglie l'enfasi dei toni alti - ma sono alti gli scopi, per quanto oggi possano apparire incomprensibili o patetici nel minimalismo rampante - per il suo azzardo di uomo e di intellettuale militante. Poteva sottrarsi; interviene. Dopo essere stato il "pensatore principe" del Regime, tra la fine degli anni Trenta e il 1943, aveva vissuto e operato "pressoché esclusivamente all'interno della sua cerchia culturale e universitaria sulla quale dominava con il piglio del patriarca e del "dominus intellettuale". Concentrava le sue energie sulla Scuola Normale Superiore di Pisa, della quale, nell'ottobre del '37, era tornato ad essere direttore, e su diverse iniziative accademiche ed editoriali, prima tra tutte l' "Enciclopedia Italiana". Era amico fedele di Mussolini, ma di sicuro la legislazione razziale era lontanissima dal suo idealismo anti-naturalistico, né la scelta di entrare in guerra a fianco della Germania gli era parsa carica di motivazioni nazionali, patriottiche, civili, culturali, ecc. come quella che aveva animato le battaglie interventistiche nel lontano 1914. Ma allorché il conflitto europeo diviene mondiale e sembra avere i contorni di una guerra di religione i cui esiti incideranno per decenni sugli umani ordinamenti, Gentile non esita a riaffacciarsi alla scena politica. Lo fa in "grande" e in un momento "scomodo": è il 24 giugno del '43, le sorti della guerra volgono verso il peggio, tra poco più di due settimane gli Alleati sbarcheranno in Sicilia, tra un mese il voto del Gran Consiglio affosserà Mussolini. In questo scenario torbido, Gentile pronuncia in Campidoglio il suo appassionato "Discorso agli Italiani". Non c'è nessun trionfalismo, ma un ammonimento forte al coraggio, al senso dell'onore e della dignità, all'impegno che tutti deve unire nel tenere alta la bandiera della Patria perché non vengano meno unità e continuità. Gentile ha scelto. L'identità fascismo-nazione è per lui un elemento indiscutibile. Certo, non vuole (né si attende) lacerazioni con la Monarchia e non getta a mare le sue convinzioni sabaude il 25 luglio. Vorrebbe essere leale nei confronti del Re e di Badoglio, senza che nessuno lo costringa a rinnegare Mussolini e il Fascismo. Ma Gentile è ormai un "nemico" per tutti gli antifascisti, moderati o estremisti che siano. E' il filosofo "ufficiale" del Fascismo, ha contribuito a consolidare la tirannide, ha plasmato le coscienze dei giovani perché si inchinassero alla dittatura, ha confermato il suo mussolinismo nel famigerato "Discorso agli Italiani". Prima ancora che Concetto Marchesi gridi con violenza la sentenza di morte, Gentile è condannato. Vorrebbe, ancora, vorrà, anche in seguito, essere uomo della concordia perché la Patria che si lacera è una Patria che va in rovina: non gli è possibile. La sua idea, che identifica l'Italia col Fascismo e vede nel Fascismo il compimento politico, civile e "filosofico" della storia d'Italia, seguita di secolo in secolo nei personaggi che meglio la rappresentarono e che con più intelligenza perseguirono il disegno "nazionale" (si legga, ad esempio, il volume dedicato a Bertrando Spaventa con cui la Casa Editrice fiorentina "Le Lettere" ha portato a termine la pubblicazione dell' "Opera Omnia" gentiliana); questa sua convinzione, sempre più salda man mano che si approssima la fine, è respinta con rabbia da chi ha scelto l'antifascismo. Dunque, anche da molti che gli sono stati vicini negli studi e nella ricerca - si pensi a Cantimori, a Calogero, a Capitini, a Codignola, a Bianchi Bandinelli - e che ora, se non si augurano la sua morte fisica, di sicuro si battono per la sconfitta definitiva delle sue idee. E queste appaiono, in un modo sconcertante, più che mai tenaci, anche e soprattutto nella fedeltà a Mussolini. "O l'Italia si salva con lui - par che abbia detto Gentile a Biggini, ministro dell'Educazione nazionale, dopo aver incontrato sul Garda il Duce nel novembre del '43 - o è perduta per molti secoli". Dunque, lealtà ostinata. E il cuore gettato contro ogni ostacolo. Fino alla morte "necessaria". E qui Campi ripropone, non per gusto della polemica, ma per volontà di "capire" e dunque tutto "esplorare", i termini di una questione che va affrontata senza pregiudizi: oltre le mani armate dei partigiani che ammazzarono Gentile, c'erano cuori di Fascisti "armati" contro di lui? C'era un estremismo saloino che vedeva nel filosofo un barone del fascismo littorio, nemico del radicalismo rivoluzionario? Sono domande che possono dispiacere a chi vive di indiscusse certezze: il dovere dello studioso è quello di porle perché la verità storica non ha nulla da guadagnare né dalla fazione né dalla deformazione né dalla rimozione.
Mario Bernardi Guardi (Il Secolo d'Italia, martedì 20 marzo 2001)
FILOSOFIA DI UNA MORTE ANNUNCIATA
Giovanni Gentile aveva una visione particolare della morte. I comuni mortali hanno paura della morte perché l'avvertono come qualcosa che c'è. Il filosofo dell'attualismo sosteneva che la morte "è paurosa perché non esiste, come non esiste la natura, né il passato, come non esistono i sogni". C'è l'uomo che sogna, diceva Gentile, ma non le cose sognate. Sarà anche vero, e molto suggestivo, ma resta il fatto che la tragica morte di Giovanni Gentile, ucciso il 15 aprile del 1944 da mano ignota, non è un sogno. Tutt'altro. Per cinquant'anni è apparsa come un incubo di cui liberarsi. In quella morte non c'è solo la tragica fine di un uomo di pensiero ma anche d'azione, c'è un idea dell'Italia, un nodo, forse un ingorgo storico di una nazione ancora non in pace con se stessa. I militanti comunisti fiorentini aderenti ai Gap non vollero uccidere solo un uomo, ma il suo pensiero. Ma se sulla morte aveva forse torto, sulla natura del pensiero Gentile aveva ragione: "Il pensare è vivere vita immortale". Così, ad oltre mezzo secolo dall'assassinio di Giovanni Gentile, la "morte del suo pensiero" si presenta ancora come una questione vitale per chi sente di voler essere italiano. Quando la notizia della morte di Gentile arrivò a Benedetto Croce, il filosofo napoletano disse: "Ora ammazzano anche i filosofi". Ma l'assassinio di Gentile non avvenne per caso, non fu un incidente di percorso, un fatto che poteva accadere o che poteva non accadere. La sua morte fu necessaria. Alessandro Campi, allievo di Ernesto Galli della Loggia, sulla "morte necessaria" del filosofo dell'attualismo ha scritto un bel libro pubblicato dall'Asefi intitolato Giovanni Gentile e la RSI; morte necessaria di un filosofo. "Quella di Gentile - scrive Campi - fu una morte in larga parte annunciata, della cui inevitabilità fu consapevole lo stesso filosofo, e che ebbe numerosi mandanti ed ispiratori, più o meno occulti e consapevoli: i servizi segreti inglesi, la massoneria, l'ala comunista e insurrezionale dell'antifascismo, certe frange del fascismo repubblicano, in una trama di interessi e di convergenze che ha finito per stendere un velo di mistero sull'uccisione di Gentile". Ma se la morte di Gentile fu annunciata, tanto che lo stesso filosofo avvertiva il momento della fine, quale ne fu il movente? La pacificazione. Il filosofo del fascismo, che aveva legato il suo nome non solo a una filosofia e al regime, ma ad una visione storiografica dell'Italia che aveva il suo punto di approdo nel fascismo, aderì alla Rsi quando vide la "patria in pericolo" e la guerra civile alle porte. La sua morte "segnò la fine" dei tentativi di pacificazione nazionale. Ma alla morte di Gentile seguì anche la "morte" del suo antico amico Benedetto Croce. La "morte necessaria" di Gentile, infatti, ha a che vedere anche con il ruolo egemonico che lui, con Benedetto Croce, ebbe nella cultura italiana. "Per comprendere questo punto - scrive Campi - è necessario riferirsi al progetto perseguito, a partire dal 1944, dal leader comunista Palmiro Togliatti. Quest'ultimo, in linea con la cosiddetta "svolta di Salerno", aveva compreso l'importanza di dare al Partito comunista italiano una base ideologica nazionale, in modo da farne un protagonista della ricostruzione democratica dell'Italia. Ma per conseguire questo obiettivo si resero appunto necessarie la liquidazione fisica e morale di Gentile e quella intellettuale e morale di Croce, vale a dire della tradizione dell'idealismo italiano, assimilata tout court al fascismo e alla reazione. Solo così fu possibile assegnare al marxismo una valenza nazionale, tale da permettere la sostituzione dell'egemonia crociana-gentiliana con quella gramsciana e l'apertura quindi, di una fase politico-culturale nuova". Tutto questo in disprezzo non solo della storia d'Italia e del pensiero italiano, ma della stessa intelligenza di Antonio Gramsci. Giancristiano Desiderio (Il Secolo d'Italia sabato 10 marzo 2001) Giovanni Gentile e il destino del Novecento di Alessandro Campi Tra pochi giorni sarà in libreria l'ultimo libro di Alessandro Campi, "Giovanni Gentile e la Rsi", Asefi editoriale, Milano, 152 pagine, lire 17mila. Ideazione.com pubblica in anteprima il capitolo "Morte necessaria di un filosofo". Nella cultura e nella politica italiane, la morte violenta di Gentile è stata oggetto continuo di rimozioni e sensi di colpa, di imbarazzi, di veri e propri silenzi, di reticenze. Sia le giustificazioni sia le condanne sono spesso apparse ipocrite, volutamente ambigue, sono state quasi sempre improntate al moralismo e ad una certa retorica, quando non ad una vera e propria incomprensione delle più profonde implicazioni di tale morte, con quelle modalità e in quel contesto. Sul piano storico, essa ha altresì determinato lunghe polemiche relativamente ai mandanti ed agli esecutori del delitto: se gli autori materiali dell'agguato furono, senza alcun dubbio, militanti comunisti fiorentini aderenti ai Gap, tra gli ispiratori si sono via via indicati i servizi segreti inglesi, la massoneria, l'ala comunista ed insurrezionale dell'antifascismo, gli ambienti dello squadrismo pavoliniano e più genericamente del fascismo repubblicano più estremista, in un gioco di convergenze e di intrecci che ha finito per stendere un velo di mistero sull'assassinio del filosofo ufficiale del fascismo. Manca, a tutt'oggi, una versione della morte di Gentile, e delle vicende che la determinarono, che possa dirsi definitiva ed ufficiale, chiara e documentata in tutti i diversi aspetti. L'annuncio di clamorose rivelazioni - fatto a suo tempo, ad esempio, da Cesare Luporini - non ha avuto alcun seguito. Molti protagonisti hanno, a più riprese, detto la loro, in maniera più o meno completa; altri, più semplicemente, hanno taciuto o hanno preferito dimenticare. L'uccisione di Gentile è stata spesso considerata come un atto di barbarie, come un gesto crudele ed inutile, compiuto ai danni di un uomo generoso, mite e leale, di un "povero vecchio" indifeso ed inerme. Un vero proprio martirio, secondo alcuni, non giustificabile nemmeno nel contesto di una pur sanguinosa guerra civile, vista l'alta personalità intellettuale dell'ucciso. Gli unici che, cogliendo appieno il significato storico-epocale della morte di Gentile, sin dal giorno seguente la notizia dell'agguato non si sono mai risparmiati, rivendicando a sé, pubblicamente, il merito di quel delitto politico, sono stati i comunisti - Togliatti in testa, prontissimo nel diffondere a titolo di rivendicazione, nel numero di luglio di "Rinascita", la sentenza di morte apparsa a marzo nel periodico clandestino del Pci "La Nostra Lotta" in calce all'articolo che Concetto Marchesi aveva già pubblicato, qualche tempo prima, su altri organi di stampa e con il quale l'illustre latinista aveva duramente stigmatizzato la politica di conciliazione nazionale perseguita da Gentile. Dell'eliminazione di Gentile - l'unico intellettuale in grado di dare prestigio e legittimità al fascismo salotino, impegnatosi per di più in una campagna per la pacificazione e la moderazione sgradita sia al fascismo oltranzista sia all'ala insurrezionale della resistenza - si è detto che essa fu un epilogo a dir poco da prevedere e da mettere in conto, tragico quanto si vuole ma perfettamente coerente con le tensioni di quel periodo e con la personalità stessa del filosofo, talmente ingombrante ed in vista da costituire un bersaglio pressoché perfetto e sin troppo facile, abbattendo il quale si sarebbe inferto un duro colpo all'intera impalcatura della Rsi. Colpire Gentile era come colpire quello che nel fascismo ancora restavo di nobile e di sano. Si trattò, al dunque, di un atto di guerra. Ciò non toglie che sul piano generale - simbolico e storico-filosofico - quella di Gentile possa essere definita una morte, non solo annunciata e attesa, ma, in un senso più profondo, "inevitabile e necessaria", soprattutto allorché ci si soffermi non soltanto sulle cause immediate e sulle modalità dell'attentato, probabilmente destinate a non essere mai del tutto chiarite, ma sui significati e sul valore simbolico di essa, che ancora oggi la rendono così diversa dalle molte altre morti che hanno caratterizzato la guerra civile combattuta in Italia tra il 1944 e il 1945. Morte necessaria in almeno due sensi, che riguardano ciò che stava alle spalle di Gentile e ciò che sarebbe venuto dopo di lui, un prima e un dopo della storia d'Italia dei quali egli fu, simbolicamente, lo spartiacque. Per quanto concerne il primo significato conviene partire dall'ipotesi che, sulle ragioni dell'assassinio di Gentile, ha avanzato lo storico della filosofia Gennaro Sasso, per poi trarne alcune considerazioni più generali sul rapporto tra giustizia e guerra e sul cosiddetto "diritto di guerra". Ha scritto Sasso nel suo libro-intervista "La fedeltà e l'esperimento": ho cominciato a pensare da qualche tempo a questa parte che l'uccisione di Gentile potrebbe essere stata […] la prova generale di quella di Mussolini; e che la ragione stesse nella volontà inglese di togliere di mezzo i principali personaggi del fascismo per contrastare la diversa e persino opposta tendenza degli americani a conservarli in vita e quindi a sottoporli a processo. Uccidere Gentile significava, che "a fortiori", anche Mussolini dovesse esserlo; e uccidere quest'ultimo significava stroncare alla radice l'idea stessa di processi […]. Insomma, nel condannare a morte Gentile e Mussolini, gli inglesi avrebbero criticato coi fatti, e avant la lettre, la mentalità, come potrebbe dirsi, di Norimberga. Secondo questa suggestiva interpretazione, l'assassinio di Gentile fu perpetrato - ammesso che i servizi segreti inglesi abbiano avuto una parte in esso (un punto, quest'ultimo, sul quale convergono numerose testimonianze) - nel segno della Realpolitik e del rifiuto della visione giusnaturalistica che è stata invece propria degli statunitensi per quel che attiene i crimini commessi dai capi del nazionalsocialismo. Gentile fu ucciso nel segno di una concezione europeo-continentale, appunto realista e per certi aspetti più umana e aliena da ogni moralismo, del diritto di guerra, concezione che può ammettere, dopo la conclusione del conflitto armato, solo due possibili strade nei riguardi del nemico: il perdono (e quindi in un certo senso l'oblio) oppure la vendetta (e quindi l'uccisione sommaria e senza processo di coloro che vengono ritenuti responsabili di aver violato le regole del diritto internazionale), ma non l'aberrazione giuridica di un tribunale penale di guerra composto unicamente dai vincitori e le cui decisioni sono, per forza di cose, già tutte iscritte nell'esito bellico. Se si ritiene, come scrive Sasso, che "l'idea del tribunale dinanzi al quale i vinti sono trascinati in catene ad ascoltare, in sostanza, una condanna già pronunziata, sta a mezza strada tra l'ingenuità e l'ipocrisia", allora Gentile "doveva" essere ucciso. Quel tanto (o quel poco) di nobilmente tragico che ha segnato l'epilogo del fascismo italiano - così diverso dal clima nel quale si è consumata la parabola del nazionalsocialismo, un misto di dissoluzione nichilistica e di patetismo piccolo-borghese - è dipeso anche da morti come quelle toccate a Gentile ed allo stesso Mussolini, uccisi entrambi nel furore della lotta in quanto simboli massimi di una tragedia alla quale era impensabile che sopravvivessero. Da questo punto di vista, del tutto incoerente è stato, per oltre cinquant'anni, il modo con cui il neo-fascismo italiano ha vissuto e giudicato certe vicende: da un lato esso si è battuto perché quella svoltasi in Italia nel biennio '44-'45 fosse riconosciuta, politicamente e storiograficamente, alla stregua di una guerra fratricida, dall'altro non ha mai colto il carattere consequenziale, tragicamente necessario, del tutto coerente con la natura propria di ogni guerra civile, dell'assassinio di Gentile o dell'episodio di Piazzale Loreto, rispetto ai quali esso ha invece spesso invocato un metro umanitario, ha fatto appello alla "pietas" ed al sentimento di clemenza e perdono. In realtà, la grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e di uomo di cultura, ma anche nel modo con cui ha tenuto ferme, sino alle conseguenze estreme, le proprie idee e il proprio progetto politico-culturale. Fatta salva l'umana pena dinanzi alla morte, come immaginare Gentile nei panni dell'epurato, collocato forzatamente a riposo, come avrebbe voluto Croce, o peggio trascinato alla sbarra "nella forma più alta e solenne" a rispondere delle proprie colpe dinanzi al paese intero, come avrebbe desiderato l'azionista Tristano Codignola? Nel fascismo, come uomo e come intellettuale, Gentile aveva investito tutto di sé: con esso doveva finire, anche fisicamente, cosa della quale peraltro egli non ha mai dubitato, a dispetto del moralismo un po' ipocrita con il quale è stata spesso giudicata la sua morte- soprattutto, e non casualmente, proprio degli intellettuali. Ma morte necessaria, quella di Gentile, anche per un secondo motivo, che ha a che vedere con il ruolo egemonico, che egli, in condominio con Benedetto Croce, aveva svolto in Italia, sul piano culturale, per oltre trent'anni. Per comprendere questo punto è necessario riferirsi al progetto perseguito, a partire dal 1944, dal leader comunista Palmiro Togliatti. Quest'ultimo, in linea con la cosiddetta "svolta di Salerno", aveva compreso l'importanza di dare al partito comunista italiano una base ideologica nazionale, in modo da farne un protagonista della ricostruzione democratica dell'Italia. Ma per conseguire questo obiettivo si resero appunto necessarie la liquidazione fisica e morale di Gentile e quella intellettuale e morale di Croce - vale a dire della tradizione dell'idealismo italiano, assimilata tout court al fascismo ed alla reazione. Solo così fu possibile assegnare al marxismo una valenza nazionale, tale da permettere la sostituzione dell'egemonia crociano-gentiliana con quella gramsciana e l'apertura, quindi, di una fase politico-culturale nuova. Gentile - visto come simbolo massimo dell'impegno con cui il fascismo aveva perseguito il proprio disegno politico-culturale - doveva essere ucciso: per chiudere con il fascismo, troncando sul nascere qualunque ipotesi di continuità, e per consentire l'inizio di una diversa fase della storia italiana. Suggestioni, si dirà, ipotesi discutibili, che però lasciano intendere come le vicende storiche non possano essere interpretate unicamente in termini fattuali ed empirici, ma tenendo conto anche delle loro implicazioni e dei loro significati simbolici e metastorici.
(Ideazione, 6 febbraio 2001)
QUANDO GENTILE SI RIFIUTO' DI SOSTITUIRE MUSSOLINI
Che la morte di Gentile facesse piacere a molti e da più parti (fascisti inclusi) è risaputo. Che, però, i sicari comunisti abbiano agito per conto terzi, secondo la fantasiosa ricostruzione di Luciano Canfora, è inverosimile. I gregari sapevano a chi obbedire, e i capi avevano il loro programma da attuare. L'uccisione di Gentile rientrava, probabilmente, in quel programma comunista di creare nella Penisola una frattura insanabile, in cui ebbe una parte abominevole anche l'attentato di via Rasella, con le sue prevedibili conseguenze. Un piccolo e denso volume di Alessandro Campi porta ora nuova luce sul delitto richiamando, tra molte motivazioni psicologiche, anche un episodio in sé secondario, ma indicativo di una potenziale evoluzione di Gentile che, poi, non si realizzò. Precisamente verso la riconciliazione nazionale. Si tratta di uno scambio di lettere con Leonardo Severi, che aveva collaborato con Gentile quando questo era succeduto a Croce al ministero della Pubblica istruzione. Croce aveva impostato una riforma della scuola secondaria ma, dopo il '22, si ritirò, e indicò in Gentile colui che sarebbe stato in grado di portar la riforma in porto. Accadde che, durante i 40 giorni di Badoglio, Severi divenne a sua volta ministro dell'Educazione nazionale, e Gentile non ebbe scrupolo a scrivergli per perorare alcuni interessi universitari, come qualsiasi cattedratico influente è solito fare. Ne ricevette una risposta sdegnata. Severi temeva, evidentemente, di compromettersi. Che cosa dimostra questo accostarsi di Gentile? Dimostra che la sua fedeltà era istituzionale, non solo personale verso Mussolini. Poteva, infatti, coesistere con il nuovo regime. Dopo tutto le dimissioni le aveva date Mussolini stesso e la sfiducia era venuta dal Gran consiglio: Gentile non avrebbe tradito nessuno prendendone atto, come la stragrande maggioranza degli italiani. Severi motivò il suo sdegno con "l'infelice discorso" di Gentile in Campidoglio, del 24 giugno. Ricordo perfettamente quel discorso. Pur commissionato dal segretario del Pnf, trascendeva talmente le ragioni della guerra e del fascismo in quelle dell'Italia e della cultura da apparire, anzi, nobile e coraggioso. Gentile credeva nel Risorgimento e nella civiltà, e solo per questo nel fascismo, anche se ne aveva dato un'interpretazione storica ottimistica e ne aveva scritto (nella sua parte utopica) la dottrina. Anche con Mussolini, il rapporto personale (sempre fortissimo in un siciliano, nel bene e nel male) non prevaleva sulle ragioni ideali. Aggiungo un particolare che mi viene dal filosofo Augusto Guzzo (non gentiliano, ma messo in cattedra da Gentile), fonte attendibile. Dopo il delitto Matteotti, alcuni vollero tentare un fascismo senza Mussolini, e si rivolsero a Gentile perché ne prendesse il posto. Ne ebbero, naturalmente, un rifiuto, ma da allora Gentile fu messo da parte.. Ebbe la direzione (non, si badi bene, la presidenza) dell'Enciclopedia italiana, e ne fece la sede di una cultura ecumenica. Era naturale, però, che i fascisti ortodossi gli rimproverassero quella tentazione che, pure, non veniva da lui ed era stata respinta. Che, dopo l'8 settembre, Gentile accettasse la presidenza dell'Accademia d'Italia, era paradossale. Quell'Accademia aveva accolto personaggi come Fermi, Ma scagni e Pirandello, ma non lui. Fra i filosofi, Orestano e Carlini: alzi la mano chi se ne ricorda. E ora, che motivazione poteva spingere Gentile? La ricerca del seggio perduto? A soldi stava bene: l'Enciclopedia lo aveva liquidato con un milione con cui acquistò la Sansoni. Campi chiarisce, per contro, le circostanze che lo portarono a una reazione emotiva suscitata da eventi familiari funesti, da antiche ostilità preconcette, da nuove stupidità badogliane. Nel siciliano non si radica soltanto la fedeltà, ma anche il risentimento. E, personalmente, Giovanni Gentile aveva l'impressione di non aver più nulla da perdere.
Vittorio Mathieu (Il Giornale, mercoledì 6 febbraio 2000)
UNA RICERCA DI VERITA'
Di Alessandro Campi e del suo raffinato lavoro su Gentile posso solo dire che ha cercato la verità con passione, cercando non di interpretare, ma di capire. In questo mondo dove gli intellettuali interpretano ma non capiscono non è cosa da poco: una fatica di Sisifo. Tutti coloro che non condividono la filosofia gentiliana, ma credono che - come diceva Nietsche - in un uomo ci sia ben più della sua filosofia non possono che ringraziare Alessandro Campi per il suo Giovanni Gentile.
Claudio Bonvecchio