Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP)


La figura del Cavaliere medievale:

sua evoluzione ed attualità.

   

Lezione tenuta il 13 ottobre 2004 agli alunni delle seconde classi liceali

dalla prof. Clelia Alesi

 

 

PREMESSA

 

Buongiorno ragazzi, ci stiamo incontrando, oggi, per trarre le conclusioni del lavoro iniziato negli anni precedenti sulla figura del Cavaliere medievale.

 

      IL TEMA

del Cavaliere medievale e della leggenda di San Giorgio e il drago

 

-soggetto di un progetto di scambio culturale, tra Italia, Spagna e Danimarca-

mi ha sollecitato ad indagare questa tematica attraverso uno studio specifico e particolareggiato.

 

Questa ricerca, lungi dall’esaurirsi nell’”Antiquaria”, mi ha spinto,

 come del resto, sempre, lo studio di ogni argomento del passato,

ad instaurare un dialogo, un confronto, tra passato e presente,

      attraverso cui conseguire più consapevolezza e, quindi,

coscienza di noi e del nostro essere per la vita.

 

Farò adesso un’analisi, il più possibile breve, della figura del Cavaliere e della sua evoluzione,

da la “Chanson de Roland”, al “Morgante” di Pulci,

all’“Orlando Innamorato” di Boiardo, all’“Orlando Furioso”                           di Ariosto, ai Pupi Siciliani,

al “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes,

al “Cavaliere Inesistente” di Italo Calvino e alla legge degli Scout,
 con la collaborazione delle alunne della II B che leggeranno passi scelti, per poi passare alle relative conclusioni.
I

 

SCHEDA 1
SOMMARIO
 
 
NASCITA DELLA CAVALLERIA

 

LA FIGURA DEL CAVALIERE MEDIEVALE E LA SUA EVOLUZIONE ATTRAVERSO:

 

LA CHANSON DE ROLAND

 

PULCI E BOIARDO

 

ARIOSTO E TASSO

 

I PUPI SICILIANI

 

M. DE CERVANTES

 

CALVINO E “IL CAVALIERE INESISTENTE”

 

SAN GIORGIO E GLI SCOUT

 

 

 

CONCLUSIONI

  

 

legge Mary Biondo

 

                                                   

LA NASCITA DELLA CAVALLERIA

La Cavalleria nasce come Istituzione in Europa nel Medioevo, dopo la frantumazione dell’impero di Carlo Magno e la nascita del feudalesimo (IX sec. circa).

 

Forse è da collegarsi:

-all’uso della forza dei Germani

(ne deriva il costume di consegnare le armi al guerriero in forma solenne davanti agli altri guerrieri);

-alle lotte contro gli Arabi

(l’uso dei cavalli nei combattimenti costituiva una condizione di superiorità della fanteria).

 

 

Ma alla base vi è senz’altro un fenomeno sociale.

 

 Nel feudo franco il diritto di ereditarietà del primogenito

(secondo la legge del Maggiorasco che estrometteva dal patrimonio i cadetti)

 forma una categoria di nobili senza possedimenti di terra e con una ricchezza bastevole ad equipaggiarsi e militare a cavallo

(solo alcuni sceglievano la vita monacale).

Così il termine “Eques” o “Caballarius” indicò l’uomo di condizione nobile con possibilità di mantenere servi, equipaggiamenti, cavalli di ricambio.

 

 

Nel X secolo vediamo questi cavalieri turbolenti, avidi di possesso, crudeli, come spesso erano i ricchi signori.

  

 

 

CODIFICAZIONE DELLA CAVALLERIA

 

Ma ecco che nell’XI secolo interviene la Chiesa a far leva

 sui sentimenti di onore, di giustizia, di lealtà,

 per frenare quelle energie, vigorose ma disordinate, e indirizzarle verso azioni generose.

Chi era armato cavaliere prestava il suo giuramento di fedeltà a principi superiori, cui ispirare i suoi atti, di riverenza a Dio, di difesa della Chiesa e dei deboli, delle donne, delle vedove, degli orfani.

 

 

Così la Chiesa, mitigando l’uso della forza, favoriva un progresso sociale e sviluppava un sentimento umanitario.

 

(Questa tradizione storica cristiana si sarebbe voluta ricordare nella Carta Costituzionale dell’Europa,

 ma ciò non è stato fatto per non creare un “discrimen” nei confronti di popoli di altre religioni che oggi ne fanno parte).

 

 

Al guerriero violento e sanguinoso succedette, così, il Cavaliere ispirato da alte idealità morali e religiose, la cui vita seguiva un preciso rituale.

 

 

La Cavalleria diviene una vera e propria Istituzione, riconosciuta dalla società, con un suo codice non scritto (codificazione avvenuta solo per gli ordini religioso-cavallereschi come i Templari).

 

 

I principi di fondo furono sintetizzati da Leon Gautier in un decalogo.

 

 

 

 

SCHEDA 2

DECALOGO DEL CAVALIERE

 

 

La cavalleria ricevette presto una regola, una codificazione delle qualità del cavaliere che si può riassumere nel motto:

 

“La fede a Dio, l’obbedienza al re, il cuore alla dama, l’onore a me!”.

I cavalieri seguivano un rigidissimo codice comportamentale, incentrato in un decalogo:

1.    Avere fede in Dio.

2.    Essere valoroso.

3.    Proteggere la Chiesa.

4.    Difendere i deboli.

5.     Essere fedele al re.

6.    Non mancare mai alla parola e non mentire.

7.    Amare la patria.

8.    Combattere senza tregua gli infedeli.

9.    Essere generoso.

10.Essere campione del bene contro il male.

 

 

Altro concetto fortissimamente radicato nella natura del cavaliere era l’onore, considerato più importante della vita stessa.

 

Si ricordi inoltre che solo un cavaliere poteva dare un’investitura ad un aspirante cavaliere, poiché tale pratica non era altro che un riconoscersi tra pares inter pares.

 

 

legge Federica Bavetta

 

 

 

 

 

 

LA LETTERATURA CAVALLERESCA MEDIEVALE

 

 

Con la Cavalleria si sviluppa anche la “Cortesia”.

 L’Educazione del cavaliere segue un iter preciso e la sua investitura ha un carattere sacramentale.

 

 

“In nome di Dio, di San Michele e di nostro Signore, ti faccio cavaliere”.

 

 

Nasce al riguardo tutta una letteratura che celebra la figura ideale del cavaliere.

 

 

Ispirandosi a Carlo Magno e alle lotte contro gli Arabi si sviluppa

 il Ciclo carolingio, con le Chansons de geste(tra cui primeggia la “Chanson de Roland”),

con la figura idealizzata di Orlando, il cavaliere senza macchia

che combatte per la “Douce France”,

 per Carlo dalla barba canuta, con la sua invincibile Durlindana

 e che non suona l’Olifante, a prezzo della sua vita,

per non mettere in pericolo il re.

 

 

SCHEDA 3

DA « LA CHANSON DE ROLAND »

CLXX

Orlando sente che la vista ha perduta:

si mette in piedi, si sforza più e più;

anche il color della faccia ha perduto.

Davanti a lui sorge una pietra scura.

Egli vi da dieci colpi con cruccio:

Stride l’acciaio, ma non si scheggia per nulla.

“Ah”, dice il conte “Santa Maria, qui aiuto!

Ah, Durendala, aveste assai sfortuna!

Ora che muoio, di voi non avrò cura.

Per voi sul campo tante vittorie ho avute

e contro tanti paesi ho combattuto,

che tien or Carlo, che ha la barba canuta;

Non v’abbia un uomo che innanzi ad altri fugga.

Per lungo tempo un prode vi ha tenuta!

La Francia santa così non ne avrà più!”

CLXX

Colpisce Orlando la pietra di Cerdagna:

stride l’acciaio, ma non si rompe affatto.

Quando egli vede che non può proprio infrangerla,

dentro se stesso così comincia a piangerla:

“Ah, Durendala, come sei chiara e bianca!”

CLXXIII

Orlando sente che la morte lo prende,

che dalla testa sopra il cuore gli scende.

Se ne va subito sotto un pino correndo

e qui si corica, steso sull’erba verde:

sotto, la spada e l’olifante mette;

verso i pagani poi rivolge la testa:

e questo fa perché vuole davvero

che dica Carlo con tutta la sua gente

che il nobil conte è perito vincendo.

Le proprie colpe va spesso ripetendo,

e a Dio per esse il suo guanto protende

 

            legge Fabiana Giordano

 

 

 

 

Mentre nel Ciclo bretone,

sviluppatosi nelle corti signorili feudali più raffinate,

che comprende la storia di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, la storia di Ginevra e Lancillotto etc,

si celebra il Cavaliere che va alla ricerca del Santo Graal,

 che affronta avventure magiche, che combatte per difendere il proprio Signore, la Dama e l’Amore.

 

 

In questo mondo avventuroso e idealizzato vivevano i caratteri di una società, quella medievale,

che nella letteratura proiettava, idealizzandoli, i punti-cardine della sua struttura:

 

-l’esaltazione della forza e del coraggio, dell’onore e dell’amore;

 

-la difesa della Patria;

 

-la fede in Dio;

 

-la fedeltà al proprio Signore.

 

 

Si rappresentavano, infatti, non i contrasti della realtà, ma l’aspirazione ad un sogno di perfezione e si attribuiva alla classe dominante una forma di eccellenza eroica che ne giustificasse il potere e i privilegi.

 

 

Con il tramonto e il venir meno della civiltà medievale

 vediamo che le stesse tematiche cavalleresche sono proposte attraverso un’ottica diversa, specchi dei tempi nuovi.

  

 

Nella società rinascimentale, più laica e terrena, l’eroe cavalleresco,

 non più figura astratta di valore

 come l’Orlando della Chanson de Roland,

infatti, si umanizza, diventa “Innamorato”  con Boiardo e “Furioso” con Ariosto.

 

 

L’invincibile Durlindana viene sostituita da un batacchio di campana

nel “Morgante” di Pulci,

 non per una derisione del valore cavalleresco,

ma perché l’autore,

 in una visione più laica e materialista,

sposta l’attenzione verso una realtà più prosaica e quotidiana,

dove anche le barrire religiose vengono meno,

come è espresso nella professione di fede di Margutte.

  

 

 

 

 

SCHEDA 4

 

DAL “MORGANTE” DI LUIGI PULCI

  (Canto XVIII ottava 116)

 

E credo nella torta e nel tortello:

l’uno è la madre e l’altro il suo figliuolo;

e l’vero paternostro è il fegatello

e posson esser tre, due ed un solo,

e diriva dal fegato almeno quello

E perch’io vorrei ber con un ghiacciolo,

se Macometto il mosto vieta e biasima,

credo che sia il sogno o la fantasima.

La fede è fatta come fa il solletico:

mi credo che tu intenda.

 

legge Sara Bonanno

 

 
 
DAL “ORLANDO INNAMORATO”

DI MATTEO MARIA BOIARDO

(Proemio ottava I)

 

“Signori e cavallier che ve adunati

per odir cose dilettose e nove,

stati attenti e quieti, ed ascoltati

la bella istoria che ‘l mio canto muove;

e vedereti i gesti smisurati,

l’alta fatica e le mirabil prove

che fece il franco Orlando per amore

nel tempo del re Carlo Imperatore”

 

 

legge Antonella Abate

 

Del resto i cavalieri della Crociata,

più che a liberare il Santo Sepolcro

 non avevano ambito a conquistare terre

 per trovare uno “status” alla loro condizione di nobili senza patrimonio?

 

 

E, così, nell’“Orlando Furioso” Orlando diventa pazzo per amore

 (uomo come tutti gli altri), e abbandona il campo di battaglia

 per correre dietro ad una donzella, Angelica.

 

 

Un’ Angelica sensuale, da amare umanamente,

non più Alda la Bella, che attende sempre il ritorno di Orlando,

chiusa nella sua rigidità di fidanzata dall’eterna attesa.

 

 

E Angelica non preferisce ad Orlando Medoro, un umile fante saraceno?

 

 

Il mondo cavalleresco si è umanizzato, Orlando è sceso dal suo piedistallo e imbestialisce per il tradimento.

 

5

 

 

 

 

 

SCHEDA 5

DA “L’ORLANDO FURIOSO” DI LUDOVICO ARIOSTO

(Proemio canto I)

 

Dirò d’Orlando in un medesimo tratto

cosa non detta in prosa mai né in rima:

che per amor venne in furore e matto,

d’uomo che sì saggio era stimato prima.

 

 

La follia d’Orlando

(canto XXIII ottave 111/130)

 

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto

quello infelice, e pur urlando invano

che non vi fosse quel che vi era scritto;

e sempre lo vedea più chiaro e piano:

et ogni volta in mezzo il petto afflitto

stringersi il cor sentia con fredda mano.

Rimase al fin con gli occhi e con la mente

fissi nel sasso, al sasso indifferente.

 

Tagliò lo scritto e l’osso, e sin al cielo

a volo alzar fé le minute schegge.

Infelice quell’antro et ogni stelo

In cui Medoro e Angelica si legge!

 

 

legge Angela Guarina

 

 

 

 

Ma allora dobbiamo pensare che i poemi cavallereschi dell’età moderna vogliano ridicolizzare la figura del Cavaliere?

 

 

Nello spirito della loro trasformazione ed evoluzione

io credo fermamente che aspirino ad affermare un’idealità coerente con i nuovi tempi.

 

 

Nella “Gerusalemme Liberata” di Tasso, poi,

gli innamoramenti di cavalieri cristiani per donne pagane e viceversa

 non vivono nel segno di una comune umanità al di sopra di ideologie e credi religiosi differenti?

 

 

Anche i “Pupi Siciliani”,

 con la loro originale interpretazione in chiave popolaresca ed ironica dei Paladini di Francia,

nei loro combattimenti (rappresentati figurativamente nei carretti siciliani),

con Rinaldo che primeggia su Orlando,

non vogliono esprimere la“spavalderia” di un popolo che lotta contro vecchi soprusi?

  

 

SCHEDA 6

(I Pupi Siciliani)

LU CUMMATTIMENTU DI ORLANDU E RINARDU

Viditi quantu pò un pilu di fimmina!

Dui palatini, ca sù du pileri,

per causanza di la bella Angelica

su addivintati du nemici feri.

 

Orlando a un certo punto era stanchissimu

mentri Rinardo ancora ci agguantava

per la scagione che chiù sèngulu

faceva menu sforzi e non sudava.

 

Ma chiddu, ccu dda lingua, era un santissimu

diavulu e circava d’avvilillu, dicia:

“che ci assurtasti, unu appressu all’altru,

a chiù di setticentu maganzesi?

 

S’aveva quartiato e in modo energico

aveva alzata la sua Trullintana

 

Rinardo però si piglia la rivincita

e ci dici <<Và beni, ma ora va,

si m’ha saputu fari tanti piccioli

signu ca tegnu morta abilità.

 

Ma tu, ccu tuttu ca sì putintissimu,

parenti di lo stisso imperaturi,

ecco ca si riduttu a peri scausi

come si fussi un tintu muraturi.

 

Ah, sì, t’arricanuscio, arriffardissimo,

potenti vile e figlio di…bagiana>>

 

leggono Claudia Longo

e Leandra Asaro

 

 

 

E il “Don Chisciotte”( Don Quiote) del grande Miguel de Cervantes

cosa vuol significare?

 

 

Non è forse la volontà, malgrado tutto,

di combattere per degli ideali

una battaglia inane, contro i mulini a vento,

anche a costo di essere considerato pazzo,

 in un modo in cui non sembra poter esserci spazio per autentici valori?

 

 

…………………………..

 

 

 

 

 

 

Andiamo al ‘900

 

 

Calvino, autore del Novecento, col suo “Cavaliere Inesistente”

 cosa vuol dirci?

 

 

L’armatura bianca di Agilulfo

(segno di purezza secondo la canonica allegoria medievale),

che nasconde il nulla,

 non ci invita forse a riflettere sul fatto che comportamenti e forme esteriori nascondono un profondo vuoto spirituale di cui dobbiamo renderci conto?

 

 

E con la sua graffiante ironia dei rituali burocratici,

ma anche con grande malinconia, egli non esprime forse una metafora dell’uomo moderno,

alla ricerca della propria identità,

mosso dal desiderio di ritrovare il senso della vita,

dato che anche gli uomini reali possono essere inesistenti?

 

 

Calvino ci insegna che l’uomo, per esistere

deve identificarsi non in ciò che ha fatto,

ma in ciò che vuole fare,

che vuole essere.

 

Questo è l’eroismo di oggi:

 

“Dobbiamo imparare ad essere”.

 

È questo il messaggio che l’autore ci invia:

dobbiamo recuperare il significato di un’esistenza che,

ripudiando falsi parametri,

ci faccia conquistare un’autentica identità.

 

 

 

legge Shiela Ippolito

 

 

 

legge Silvia Grigoli

 

 

Ma allontanandoci dal campo letterario,

che pur tuttavia è sempre specchio della vita,

mi piace concludere la nostra chiacchierata considerando un’espressione della vita sociale dei nostri giorni.

 

 

I giovani, che hanno dato vita all’associazione degli scout,

proclamando San Giorgio (l’unico santo- cavaliere)

 loro patrono, cosa vogliono significare?

 

 

San Giorgio nell’iconografia medievale vince il drago,

 simbolo del male, salvando la fanciulla (la purezza e l’onestà).

 

 

 

San Giorgio,

incarnando gli ideali del cavaliere medievale, difensore di miseri ed indifesi,

uccidendo il drago dagli occhi infiammati,

stando a cavallo armato solo di una lancia,

 rappresenta il cavaliere

ardente, entusiasta, fedele, forte, vittorioso.

 

 

SCHEDA 8

SAN GIORGIO E IL DRAGO

 

San Giorgio è il solo santo rappresentato a cavallo.

Egli è il santo patrono della cavalleria, ed è particolarmente onorato in Inghilterra.

San Giorgio nacque in Cappadocia nell’anno del Signore 303. A 17 anni si arruolò come soldato di cavalleria e presto divenne famoso per il suo coraggio.

 

Una volta giunse in una città chiamata Selem. Vicino a questa città viveva un dragone, al quale si doveva dare ogni giorno in pasto uno degli abitanti scelto a sorte.

 Il giorno in cui giunse là San Giorgio la sorte era caduta sulla figlia del re, Cleolinda..

 San Giorgio decise che ella non doveva morire e così uscì a combattere contro il dragone, che viveva in una vicina palude, e lo uccise armato semplicemente di una lancia.

 La festa di san Giorgio è il 23 Aprile. San Giorgio è il modello a cui si ispira ogni Scout.

 

legge Rosa Ferrantello

 

 

 

 

Quindi, la legge-scout,

richiamandosi alla figura di San Giorgio, del Santo Cavaliere,

ci invita a rifarci ad un modello di virtù eroica, riproponendone le regole.

 

 

A questo modello ogni giovane dovrebbe rifarsi,

 

anche se di fede diversa dalla cristiana,

 

impegnandosi ad aiutare gli altri

 

con cuore saldo e gioiosa fiducia,

 

mettendosi a servizio dei poveri e degli indifesi,

 

perseguendo il bene anche superando prove difficili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDA 9

 

LE LEGGI DEI CAVALIERI SCOUT

 

Ecco le leggi dei cavalieri scout che Baden Powel ha ripreso dal codice d’onore del cavaliere medievale:

 

-“Sii sempre pronto, con l’armatura indosso, eccetto quando ti riposi di notte

 

-Qualunque cosa tu faccia, procura di guadagnare onore e reputazione di onestà

 

-Difendi i poveri e i deboli

 

-Aiuta quelli che non possono difendersi da soli

 

-Non fare nulla che possa offendere o danneggiare il prossimo

 

-Sii preparato a combattere per la difesa del tuo paese

 

-Lavora per l’onore piuttosto che per vantaggio personale

 

-Non mancare mai ad una promessa

 

-Tieni alto anche a costo della vita l’onore del tuo paese

 

-Meglio morire con onore che vivere con ignominia

 

La cavalleria richiede che i giovani vengano abituati a compiere con allegria e buona grazia anche le incombenze più faticose e più umili,  a fare bene al prossimo”.

 

Un cavaliere (o uno scout) è sempre un gentiluomo.

Troppa gente sembra pensare che un gentiluomo debba possedere un mucchio di denaro, ma il denaro non fa il gentiluomo.

legge Daniela Muscarella

 

CONCLUDENDO

 

Oggi,  quale drago, come San Giorgio, il Santo Cavaliere,

dobbiamo vincere o quale fanciulla strappare alla morte?

 

 

Quale il senso simbolico di questo cavaliere cristiano?

 

Può essere saper riconoscere e combattere il Male

 

-dell’Avidità

 

-del Desiderio di Potere

 

-dell’Arroganza e dell’Oltraggio dei Forti sui deboli.

 

 

Sta a voi giovani saperlo individuare.

 

 

Sta a voi, novelli Cavalieri erranti del nostro tempo,

 

saper riconoscere il drago e,

 

armati della lancia della fede nell’Uomo e dell’Amore,

 

combattere con coraggio e determinazione

 

per realizzare un Mondo migliore,

 

dove ci sia Giustizia e Pace per tutti.

                                                                                              Clelia Alesi

 

I disegni sono stati realizzati da

Shiela Ippolito.     

La trasposizione in digitale è stata realizzata da

Leandra Asaro e Rosa Ferrantello.