Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP)


Abstract - Gentile e i matematici italiani
P. Nastasi (Castelvetrano, 12 marzo 2005)

 


Il titolo di questo seminario è una parte di quello del libro pubblicato alcuni anni fa, quando con Angelo Guerraggio abbiamo raccolto e trascritto le lettere che i matematici italiani
scrissero a Giovanni Gentile: Gentile e i matematici italiani. Lettere 1907-1943 (Torino, Boringhieri, 1993). Le trascrizioni furono precedute da un saggio introduttivo che aveva la pretesa di rendere comprensibile il quadro d’insieme delle lettere, spesso affollate di dettagli minuti e non sempre interessanti.
L’interesse dell’argomento sta tutto nel divorzio tra matematica e filosofia avvenuto in Italia ai primi del Novecento. Questo divorzio porta la data del 1911, quando Benedetto Croce, tornando a Napoli da Bologna, dove si era svolto il quarto Congresso internazionale di filosofia presieduto dal matematico Federigo Enriques, rilascia a Guido De Ruggiero per il “Giornale d’italia”, una famosa intervista in cui liquida le tentazioni filosofiche del matematico: un dilettante, dice, che si addossa  «le fatiche dei congressi dei filosofi, meritorie quanto sarebbero meritorie e disinteressate le mie, se organizzassi congressi di matematic»i (p. 63). L’ironia di Croce non risparmierà nel 1913 un altro grande matematico, Francesco Severi, reo di aver criticato l’intolleranza dell’«idealismo recente del Croce e del Gentile». In un corsivo dal titolo tagliente, “Se parlassero di matematica”, Croce rivolgerà a Severi la preghiera «di non arrischiarsi a discutere concetti che appartengono a un campo a lui estraneo e a entrare nel quale non so se egli abbia l’attitudine (ciascuno ha le sue attitudini), ma certo non ha la preparazione».
La stroncatura di Croce può essere considerata quale epilogo di una stagione della matematica italiana, il venticinquennio circa che va dal 1890 alla prima guerra, che l’aveva vista egemone nelle Facoltà di Scienze e generosa protagonista delle maggiori imprese intellettuali del Paese. Le analoghe stroncature di Gentile su la “Critica” chiudono, con dichiarazioni di incomunicabilità e di ostilità tra due diversi progetti di indirizzi e di egemonie culturali, un periodo che aveva visto i matematici italiani impegnati del tentativo di coniugare la loro altissima professionalità con una cosciente partecipazione alla vita politica, culturale e sociale del Paese. L’intervista di Croce è il suggello di una speranza vanificata.
L’esperienza traumatica della prima guerra cambia tutto e tutti, cancellando possibili protagonisti, scompaginando vecchie alleanze, creando equilibri differenti. La forza dei fatti rende inevitabile quel riconoscimento dell’utilità della scienza vagheggiato da Volterra e dalla “Società Italiana per il Progresso della Scienza” (SIPS, fondata nel 1907), ma con la differenza che la legittimazione sociale della scienza avviene ora in un quadro di specialistica divisione dei ruoli molto lontana dalle tensioni unitarie dei primi anni del secolo.

Per i matematici si avvia nel dopoguerra una lunga stagione di difesa del loro capitale accademico dall’assalto delle discipline sperimentali. Anche la dialettica interna diventa lacerante tra chi vorrebbe puntare sulla legittimazione per valore utilitario e chi ritiene che non sì possa abbandonare la legittimazione per valore culturale, centrale per la disciplina. Ciò spiega il ripiegamento verso gli aspetti più strettamente disciplinari, se si eccettua Enriques che, anche negli anni tra le due guerre, continua la sua ricerca storico-filosofica in un clima perlomeno difficile, in cui anche i suoi colleghi scienziati diffidano “dell’opera, nè rigorosamente scientifica né rigorosamente filosofica, della scuola peaniana e enriquesiana”. Sono parole di Ludovico Geymonat (1908-1991), il filosofo-matematico che rifonderà in Italia gli studi di Storia e Filosofia della Scienza (Torino, 1945: Centro di Studi Metodologici).

Con quale Gentile dialogano i matematici? Non certo con il filosofo idealista, ma con il manovratore di tutte le grandi imprese culturali italiane. E il motivo è legato al fatto che dopo la guerra è cambiato anche Gentile. Negli anni trascorsi dall’inizio del secolo, Gentile ha notevolmente ampliato la sua sfera d’influenza. Soprattutto ha trovato il modo di affermare pubblicamente la propria autonomia da Croce. La sua “chiamata” all’Università di Roma — il 24 ottobre 1917, lo stesso giorno della disfatta di Caporetto — consacra un’autorevolezza alimentata da nuovi studi, dalle conoscenze nel mondo accademico e da un particolare impegno civile. Dal 1915, Gentile è membro della Giunta del Consiglio Superiore della Pubblica istruzione e negli anni immediatamente successivi alla guerra intensifica le sue “uscite pubbliche” come ascoltato opinionista.

Il destinatario delle lettere dei matematici è dunque il Gentile uomo di potere accademico e culturale. È il Gentile senatore del Regno dal 1922, ministro della Pubblica Istruzione dall’ottobre del 1922 al luglio del 1924, commissario e poi direttore della Scuola Normale di Pisa dal 1928, e in ogni momento infaticabile quanto efficace organizzatore culturale. Come dimostra, tra cento altre iniziative, il concepimento e la direzione della Enciclopedia Italiana, condotta a termine in soli dodici anni (dal 1925 al 1937) benché si trattasse di 35 volumi!! (che per intelligenza d’impianto e livello di trattazione ne fecero allora una delle più autorevoli enciclopedie mondiali).

Attraverso le lettere a Gentile, i matematici italiani appaiono sopravvivere come entità culturale, concentrandosi sui bisogni di riproduzione sociale della disciplina. Nel confronto con il potere politico, come nella competizione con altre discipline e altre culture, una scienza riesce ad affermarsi soltanto se dispone di un numero di cattedre crescente o al più costante; se forma allievi che per quantità e qualità siano all’altezza dei maestri o migliori di loro; se sa sviluppare uno o più poli nazionali di eccellenza nel campo della ricerca e dell’insegnamento, tali da attrarre e concentrare le intelligenze migliori; se sa dar vita ad associazioni capaci di portare al pubblico le proprie esigenze, insieme alla dimostrazione della sua utilità sociale.

Di questo genere sono appunto gli obiettivi che i matematici italiani appaiono perseguire nelle loro lettere. A Gentile, che fu l’intellettuale italiano forse più potente e influente del Novecento, anche se il suo peso politico declinò in parte durante gli anni ‘30, i matematici si rivolgono per sollecitare cattedre e posti in commissioni di concorso; aumenti di sovvenzioni statali ai loro istituti e talvolta dei loro personali stipendi (Tonelli alla Normale); raccomandazioni a ministri, funzionari di partito e capo del governo; l’affidamento a sé o ad altri di articoli destinati all’Enciclopedia (nella quale, sia detto per inciso, la matematica e la scienza ebbero una discreta presenza); perfino l’assunzione da parte dell’Università — a condizione che il ministero ne rimborsasse la spesa - di avventizi da destinare al servizio di camerieri presso la Scuola Normale di Pisa (Bianchi).

Tra i matematici di primissimo piano che firmano le lettere vi sono studiosi assai freddi nei confronti del regime (Castelnuovo, Levì-Civita, Tonelli) e altri come Amodeo, Manià, Marcolongo, Picone e Severi che con esso si identificano; ebrei la cui vita intellettuale e sociale è spezzata nel 1938 dalle leggi razziali (Castelnuovo, Enriques, Fubini, Levi-Civita) alcuni dei quali invocano le benemerenze culturali acquisite per chiedere ed ottenere, in base ad una norma particolare chiamata paradossalmente «discriminazione», che ad essi non si applichi la «discriminazione razziale». Con alcuni il destino fu crudele (Fubini, Beppo Levi e Terracini costretti all’emigrazione, mentre Levi-Civita si ammalerà inguaribilmente dopo l’allontanamento dalla scuola). Più di tutti lo fu con Gentile, ucciso il 15 aprile di sessant’anni fa come simbolo del regime che aveva certamente servito con fedeltà, e però recando nelle sue azioni un’ampiezza di orizzonti da cui almeno un settore vitale della cultura scientifica italiana, come queste lettere dimostrano, trasse in complesso, nell’asprezza di quei tempi, un contributo non indifferente alla sua prosecuzione e rinascita al di là della dittatura.

Questa valutazione può sembrare ‘forse troppo generosa, come in realtà troppo generoso verso alcuni dei matematici citati può sembrare il commento alle rispettive lettere. Ma essa non vuole essere una valutazione di una personalità così complessa quale quella del “filosofo del fascismo”. Piuttosto si vuole evidenziare il ruolo svolto dal “proconsole culturale di Mussolini” di sostegno agli uomini di cultura in genere, e anche della cultura scientifica, forse sorretto in questo dal ‘figlio Giovannino (1906-1942), fisico dì non dubbio valore, cui Gentile senior dedicò dei toccanti “Ricordi”. Vista dalla finestra particolare dei matematici (ma non solo), delle strategie diverse operanti nell’organizzazione culturale del fascismo, Gentile — che riassunse in sé una straordinaria quantità dì incarichi culturali — scelse quella di provare a portare nel ‘fascismo tutta la cultura italiana, compresa quella non fascista. Un approccio ben diverso da quello di un Telesio Interlandi che disse: “Ma che roba è questa Enciclopedia Italiana, dove scrivono persino gli esperti non fascisti? Chi non è fascista non ha diritto di cittadinanza nella cultura italiana!”.