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Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castelvetrano (TP) |
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Abstract della lezione del prof. Arrigo Colombo |
Appunti per un discorso su Giovani Gentile nel processo utopico moderno
1. Gentile nel processo della ragione moderna, l’esaltarsi e il crollo
1.1. I tentativi di reviviscenza Gentile, 1913, La riforma della dialettica hegeliana (nel puro atto di pensiero, nel pensiero come atto puro, puro pensiero di sé, uno ed unico; mentre la deduzione categoriale hegeliana sarebbe l’atteggiarsi concreto del pensiero, storico-empirico, una logica del pensato, quella di sempre); 1916, Teoria generale dello spirito come atto puro; 1917, Sistema di logica. Gentile tenta la ripresa e il potenziamento dell’idealismo hegeliano, che nell’Idea e nel suo processo dialettico aveva risolto la realtà intera; facendo di quel processo un unico atto autocreativo in perenne novità. Husserl, 1913, Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica. Invoca un nuovo eroismo della ragione. Si rifà a Descartes, al ricominciamento cartesiano attraverso il dubbio universale e quindi la ricostruzione della realtà dalla ragione, in puri termini di ragione. Con quella ch’egli chiama l’epochè (la sospensione dell’«atteggiamento naturale», dell’essere delle cose e del mondo; e però anche dei processi psico-gnoseologici, la mediazione necessaria a rifare la realtà, ricostruirla dalla ragione), la riduzione fenomenologica (il puro fenomeno di pensiero, il flusso di pensiero), la riduzione eidetica (l’idea, l’essenza, nel suo puro darsi, la pura teoreticità). Per una pretesa fondazione assoluta della scienza. Due apparizioni fantomatiche, isole vaganti nel magma in cui si dissolve la ragione moderna. Hegel muore nel 1832, e ha rappresentato l’estremo esaltarsi della ragione moderna nell’Idea e nel suo processo dialettico, che sarebbe il processo della realtà e della storia (vedi l’Enciclopedia delle scienze filosofiche). Cui segue il crollo, la catastrofe. La quale si dispiega nella Sinistra hegeliana (Strauss, Feuerbach, Moses Hess, Bruno Bauer, Marx), nella prospettiva appunto della fine e del crollo. Fine di Hegel e del suo sistema nel contrasto finito-infinito; fine dei sistemi filosofici il cui cerchio si chiude per sempre; fine della filosofia nel suo perenne alienarsi; fine della ragione che, distruggendo la realtà, si autodistrugge; fine del cristianesimo, dell’Europa, dell’Occidente, della civiltà occidentale. Si profila il «nulla», che verrà denunziato da Nietzsche: la morte di Dio, dello spirito, dell’uomo, del pensiero, dell’arte. Il «nulla eterno». Cfr. Fenomenologia, 17
1.2. La parabola della ragione moderna
1.2.1. La ragione costruttivo-distruttiva Il dubbio cartesiano (sistematico, non metodico com’egli dice) che elide la realtà; e pretende poi ricostruirla dalla sola ragione, per concetti chiari e distinti: Dio, la res cogitans, la res extensa. La dissoluzione del reale (perdita dell’essere), fagocitato nella ragione e nel suo dinamismo concettuale. La clausura nella ragione che si esprime nella monade leibniziana. Il tentativo ingegnoso (e incredibile) di Kant, di ricostruire il processo genetico dei materiali di ragione (forme, concetti, idee) proiettandoli e obiettivandoli dalle funzioni della ragione stessa. La quale, chiusa in sé, è tuttavia costretta a riconoscere il residuo noumenico da cui parte il processo; e a postulare poi l’intera realtà (anima, cosmo, Dio) per la moralità, socialità, felicità dell’uomo. Il parossistico processo hegeliano: parossismo – crollo; distrutto l’essere, distrugge il suo essere. Già intriso di nihilismo. la riflessione di Heidegger la riflessione di Feuerbach e Marx (cfr. Autosintesi, 112-13) Il nihilismo è il punto di sbocco di questo processo autodistruttivo. Restano i residui innegabili: il linguaggio, il pensiero debole che, incapace di raziocinio, si esprime nel racconto, nell’autobiografia.
1.2.2. L’azione costruttivo-distruttiva del capitale (il paradosso del capitale) come retroterra storico-economico, pragmatico Il soggetto moderno, che nuove la ragione nella sua azione di dominio-elisione dell’essere. Il capitale, il soggetto-capitale (entità a sé nel fatto produttivo) che muove la ragione tecnico-tecnologica nella sua azione di dominio-elisione di ogni altra entità, per trasformarla in valore economico, fagocitarla in capitale-profitto. Che non riconosce altra norma all’infuori di sé. I due strumenti d’illimite costruzione-distruzione: processo di reinvestimento e accumulazione, tecnologia. Il dispiegarsi della distruzione: lavoro, fabbrica, città, natura; consumo.
1.2.3. Il nesso. Il soggetto-capitale plasma la ragione moderna come facoltà di dominio, che fagocita in sé la realtà (uomo, mondo, Dio); annienta ciò che essendo altro da sé le si opponeva e imponeva. Potendo così dissolvere la norma etica; potendo così attribuire alla legge un mero valore positivo, che non avendo fondamento etico può essere manipolata a piacere. La coinvolge nel modello liberista, cioè nell’incondizionata libertà dell’iniziativa capitalistica: modello di anomia, di anarchia; dove la ragione si nega. La ragione moderna come ragione strumentale. Non solo la ragione tecnologica, o scientifico-tecnologica, ma la ragione come tale. E insieme come ragione totale, che in sé assorbe il tutto, creativo-distruttiva della totalità. Il capitale e la tecnologia e la loro tensione illimite, totalizzante. Il nihilismo-totalitarismo, il totalitarismo distruttivo.
2. Gentile e il fascismo nella moderna costruzione di una società di giustizia
2.1. L’apparizione alienativa e aberrante di Gentile e del fascismo L’atto puro: uno, unico, universale, totale; in cui si risolve l’intera realtà. Che storicamente si concreta nello stato; l’universale in cui si risolve l’individuo; lo stato come «vera realtà dell’individuo» Stato etico, cioè principio della norma, che non sottostà ad altra norma, «volontà etica universale»; creatore del diritto. Volontà di potenza. Stato totalitario: «tutto è nello stato, e nulla di umano esiste […] fuori dello stato». Che «si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di uno»: la dittatura, la ricaduta nel dispotismo. Mentre la democrazia è ovviamente negata come livellatrice, regime del numero; la sovranità popolare come illusiva, come irresponsabilità collettiva; si afferma invece il principio d’ineguaglianza; le libertà sono inutili e nocive Volontà di potenza e d’imperio: quindi guerra, che porta al massimo di tensione tutte le energie umane, è sigillo di nobiltà per i popoli che hanno la virtù di affrontarla; mentre il pacifismo è viltà, è rinuncia alla lotta. Quindi l’impero, la più alta espressione umana di potenza. Il fascismo come «dottrina del secolo».
2.2. Il processo storico moderno: la costruzione di una società di giustizia
2.2.1. I grandi principi etici che s’illuminano e affermano nella coscienza e società moderna; e vengono sanciti nella carte dei popoli, lungo tutta la modernità. Il principio d’uomo (che s’illumina nell’Umanesimo del ‘400 e si arricchisce lungo la modernità): dignità della persona umana (autocoscienza, autodecisione, autodominio – di sé e dell’azione –, autonomia, creatività), dignità e diritto. La persona-fine, che non può mai essere assunta come mezzo, strumento. È il principio dei principi, da cui gli altri derivano: libertà, eguaglianza (nella dignità e nel diritto, e in tutto ciò che ad essi consegue, anche sul piano materiale), sovranità popolare; il potenziarsi del principio di eguaglianza nel principio di solidarietà, più oltre nel principio fraterno.
2.2.2. La persona come coessere (socialità costitutiva) e il formarsi della società (in un processo temporale e storico; attraverso fasi come quella parentale e tribale); poi dello stato, che si caratterizza in un principio di diritto, la legge come vincolante e coercitiva; per una cessione di diritto del cittadino. Ciò è chiaro nella dottrina del «patto», che attraversa tutta la tradizione occidentale; e Beccaria spiega che il cittadino cede solo una piccola parte dei suoi diritti L’opposto di quanto pretende il fascismo.
2.2.3. Il modello di sovranità popolare, cioè la democrazia, il potere di popolo; anche se solo nella sua forma mediata e rappresentativa. I diritti e il modello si affermano nella Rivoluzione inglese del Lungo Parlamento (1640-53), e sono ripresi con più forza dalla Rivoluzione francese. Nelle due rivoluzioni anche il primo inizio del movimento femminile, l’affermarsi della pari dignità e diritto di uomo e donna; che diventerà effettivo lentamente, prima col diritto di voto, poi con la Grande Contestazione e il femminismo del 1972.
2.2.4. L’affermarsi della dignità e diritto del lavoro, del lavoratore, della condizione lavoratrice e popolare: nelle condizioni di lavoro, nel reddito, nell’istruzione, nella sicurezza sociale, nel benessere. Attraverso il movimento operaio e la sua lotta secolare, dal 1820. Attraverso l’ascesa della ricchezza di cui sono fattori costitutivi il capitale e la tecnologia, ma con essi soprattutto il lavoro umano. Si dispiega la lotta per la riappropriazione del capitale e dell’impresa; attraverso il movimento operaio, il socialismo (dal 1830-40), la Rivoluzione Russa (che però abortisce). Lotta ancora aperta.
2.2.5. Con la fine degl’imperi continentali e coloniali (con le due guerre mondiali) si afferma la pari dignità e diritto di ogni popolo, il principio di autodeterminazione e autonomia dei popoli. È sancito nel Patto dell’ONU. L’impero si forma solo attraverso l’asservimento e la schiavizzazione dei popoli, e viene infine rifiutato e demolito. Proprio in questa fase il fascismo pretende stoltamente di rinnovarlo.
2.2.6. La Grande Contestazione e il rifiuto dell’autoritarismo e della società repressiva; e il grande impulso al principio di eguaglianza: l’affermarsi della dignità e diritto del figlio, del giovane, dello studente; della donna; del diverso e dell’emarginato, delle minoranze razziali ed etniche. Pari nella dignità e nel diritto in quanto persone.
2.2.7. Il principio di pace, la volontà di pace, il rifiuto della guerra: attraverso l’esperienza disastrosa delle due guerre mondiali, l’olocausto ebraico e l’olocausto nucleare, la guerra fredda; attraverso l’azione dei movimenti non-violenti e pacifisti. Nel Patto dell’ONU il principio che i conflitti tra i popoli devono esser risolti non con la guerra ma con la trattativa.
2.2.8. La promozione dei popoli poveri, la loro redenzione dalla povertà; in corresponsione alla loro dignità e diritto, che il colonialismo ha conculcato, ha sfruttato. Un dovere, un compito, un processo in atto. L’accoglienza dell’immigrato che viene a noi sotto la pressione del bisogno: il principio di accoglienza, il principio fraterno, che la legge Bossi-Fini calpesta; l’integrazione dell’immigrato nella nostra società, nei suoi diritti, nel suo benessere. In questa prospettiva storica, di un reale processo storico, del cammino dell’umanità nella modernità, si comprende l’alienazione storica e umana di Gentile e del fascismo.
3. Che cosa ci resta di Gentile e del fascismo Alcune annotazioni su di un tema che altri hanno avviluppato. Del fascismo ci resta il principio e lo spirito di nazione; di cui l’Italia è carente; e a questa carenza anche il fascismo ha contribuito, esasperando quel principio. Lo sforzo di Ciampi in questi anni. L’identità personale si forma sulla base dell’identità nazionale e della sua peculiarità culturale. La formazione della più grande patria europea avviene attraverso l’apporto dell’identità e della peculiarità culturale, della ricchezza spirituale delle nazioni che la compongono; senza sciovinismi e senza prevaricazioni da parte delle nazioni maggiori (Germania, Francia, Inghilterra hanno più volte manifestato questa tendenza); nel riconoscimento della pari dignità e diritto di ogni stato membro. Il trapasso corretto alla coscienza europea e cosmopolitica, di cittadino del mondo, avviene sulla base di una corretta coscienza nazionale. Di Gentile ci resta la profondità e limpidezza del suo pensiero. Il suo spiritualismo, che ha anche un’impronta religiosa (sia pure di un divino immanente nello spirito universale); il suo rigore etico («nessuna azione sia sottratta al giudizio morale»). La sua dignità umana e morale. Il suo impegno culturale, dispiegato con grande generosità ed equanimità nella riforma della scuola, nella direzione e costruzione dell’Enciclopedia Italiana, nella Scuola normale di Pisa; in tutta la sua vasta azione per la cultura.